Vicenda Serravalle, Albertini: “Spiegai tutto ma non successe nulla”. Di Pietro: “E’ vero, vidi le carte”

Pubblicato il 25 Luglio 2011 12:29 | Ultimo aggiornamento: 25 Luglio 2011 12:29

ROMA, 24 LUG – ”Avevo avvertito di quanto stava accadendo Francesco Saverio Borrelli, Gerardo D’Ambrosio e Antonio Di Pietro, perchè volevo suggerimenti. Il leader dell’Idv non volle unirsi a me in questa battaglia, pur avendo riconosciuto il fumus mali iuris”. Intervistato dal Corriere della Sera, l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini parla della vicenda Serravalle, la società autostradale di proprietà della provincia, di cui allora era presidente Filippo Penati, del comune di Milano e del gruppo Gavio.

Nel luglio 2005 Penati aveva comprato da Marcellino Gavio, il cui braccio destro Bruno Binasco è ora indagato per finanziamento illecito allo stesso Penati, il 15% delle azioni della Milano-Serravalle, garantendo alla provincia il 53% delle quote. Albertini, a quei tempi sindaco, si era rivolto ai giudici, sottolineando l’inutilità dell’operazione in cui la provincia aveva pagato 8,973 euro ogni quota che a Gavio era costata 2,9 euro. Borrelli, racconta Albertini, ”ha ascoltato ma non ha voluto ricevere documenti, pur apprezzando il mio orientamento legalitario. Così D’Ambrosio, che fu meno parco di consigli perchè mi disse che, stando alla mia ricostruzione, si potevano ravvisare gli estremi della truffa aggravata e dell’abuso d’ufficio, suggerendomi di presentare regolare denuncia”.

Quanto a Di Pietro, ”studiò attentamente tutto il materiale e dopo due settimane venne nel mio ufficio e ammise che per molto meno da pm aveva trovato elementi sufficienti per incriminare e carcerare. Usò un termine interessante: ‘Siamo davanti all’ingegnerizzazione della corruzione’, mi disse”. Di Pietro, prosegue Albertini, ”aggiunse che avrebbe potuto essere ipotizzato l’atto corruttivo perchè la vendita era ingiustificata, ma era stata costruita in modo così perfetto che difficilmente si sarebbe potuto dimostrare il reato”. Albertini spiega di aver ”presentato quattro denunce a quattro magistrature diverse”, di cui ”quella penale è stranamente la più silenziosa”.

”Presentai al magistrato una memoria circostanziata in cui tra l’altro spiegavo che un assessore della mia giunta aveva saputo che l’operazione Serravalle era stata benedetta dai vertici dei Ds, e – sottolinea – ci sono intercettazioni che dimostrano che fu Bersani a favorire il dialogo fra Penati e Gavio. Come mai a nessuno dei pm che seguivano la vicenda è venuta neppure la curiosita’ di chiamare quel mio assessore per approfondire l’episodio?”.

Non si fa attendere la risposta di Antonio Di Pietro che da diretto interessato ricostruisce così: ”Ricordo e confermo tutto quanto ha raccontato Albertini sulla vicenda della Milano-Serravalle e condivido con lui l’amarezza per ciò che non è seguito”.

”Io – spiega l’ex pm – ho fatto il mio dovere, Pd o non Pd, alleati o non alleati, ho detto di andare dal magistrato” perchè gli ”spunti investigativi c’erano. Mettiamola così, c’erano gli atti anomali e bisognava lavorare per trovare la mazzetta”. Ai tempi di Tangentopoli però, ricorda, ”per me e i miei colleghi era come affondare il coltello nel burro, abbiamo disarticolato il sistema della spartizione tra i partiti”. Mentre ”già nel 2005, come oggi, per chi indaga non è semplice” perchè ”oggi ci sono le consulenze, gli scambi di favore, le ipervalutazioni, gli incarichi, sono queste le mazzette moderne” mica ”i soldi dentro al pouf di Poggiolini”.