Vieni via con me “straccia” talk-show. Ma il “berlusconismo tv” non è un format

di Lucio Fero
Pubblicato il 17 Novembre 2010 17:37 | Ultimo aggiornamento: 17 Novembre 2010 17:46

Saviano e Fazio

Con lucidità e prontezza Curzio Maltese coglie su “La Repubblica” il messaggio contenuto nel clamoroso dato di audience fatto registrare da “Vieni via con me”. Clamorosamente una tv di racconto e narrazione batte, anzi “straccia” il talk-show, tutto il talk-show. Meglio di quanto ha fatto Maltese difficile scriverlo: “Tutti i talk-show, anche quelli contro e alternativi sono monopolizzati da una compagnia di giro formata al massimo da venti persone che campano negli studi congiunti Rai-Mediaset e trasmigrano da un canale all’altro, da Vespa a Santoro a Ballarò, formando un’unica marmellata. Dal punto di vista stilistico, non dei contenuti per carità, questo rende Annozero altrettanto bolso di Porta a Porta. L’operaio in sciopero, la cittadinanza in rivolta, il disoccupato napoletano sono soltanto la scenografia esterna, le comparse di contorno all’interminabile, incomprensibile e in definitiva inutile pollaio da studio”.

Ben scritto, ben detto: il talk-show è un format “bolso”. Infatti è carico di decenni. Molti decenni fa fu inventato negli Usa, dove non l’usano più, e poi importato in Italia da Maurizio Costanzo. Sta sulla scena da decenni il talk-show, lo “spettacolo di parole” e l’audience di Vieni via con me di Fazio e Saviano ha mostrato la sua usura. Usura di format, usura generale, da Paragone a Travaglio, con tutto il contorno della “compagnia di giro”, giornalisti di destra e sinistra compresi. Eppure da noi in Italia il talk-show resiste e trasmette insieme a noi, perché si è splendidamente adattato all’ambiente italiano, alla sua pigrizia culturale e professionale. Il conduttore di talk-show non ha bisogno di essere competente, prima di andare in onda non deve sapere e studiare altro che i lanci di agenzia di giornata. Deve stimolare lo spettacolo, il suo acme professionale e la sua fatica culturale si esauriscono nell’avere in studio qualcuno. Una volta che ha fatto gli inviti e ha ottenuto le presenze in studio ha fatto praticamente tutto. Poi potrà interpretare il ruolo del bravo padrone di casa, del giovane educato oppure del discolo impertinente. Ma non è chiamato, non chiama se stesso a fare informazione, l’unica “informazione” che concepisce e capisce sono le parole. Parole degli ospiti da mettere in giostra. Questo lo esime dalla fatica di sapere, conoscere e quindi essere termine “medio” tra la realtà e gli informandi. Lui porge il microfono, dà la parola, assegna gli strumenti dello spettacolo. Come un direttore di orchestra che distribuisce gli strumenti e che i suonatori suonino, quale sia lo spartito della sinfonia non è compito suo conoscere e comunicare. Il conduttore di talk-show così facendo può certo schierarsi ma non si compromette, recita ma non è. Negli Usa il conduttore pratica il faccia a faccia con l’interlocutore, accetta di essere misurato nella sua competenza mentre misura quella altrui. Nel talk-show italiano non accade mai, mai infatti un conduttore dice: questa è la cifra esatta. In Italia il conduttore domanda: qual è secondo voi la vostra cifra? E poi è soddisfatto se parte la rissa sulle cifre.

Questa debolezza culturale, professionale e civile del talk-show è stata crudelmente e finalmente illuminata da una trasmissione anche se non “perfetta” come Vieni via con me di Fazio e Saviano. Maltese se ne accorge ed è bravo a segnalarlo. Però Maltese confonde il talk-show con il “berlusconismo televisivo” e con il berlusconismo tout-court. Scrive che quella tv è “il prodromo, l’archetipo, l’ideologia e il fondamento degli ultimi venti anni di politica”. No, Berlusconi non è un “format”, questo può pensarlo solo chi pensa altro mondo non ci sia se non quello della tv, forse perchè in quel mondo e di quel mondo vive e lavora. Il talk-show non è figlio e nemmeno consanguineo del berlusconismo, al berlusconismo si è adattato e ha reso omaggio, ma questo è altro discorso. Il talk-show è il trionfo celebrato, il Te Deum di un’abdicazione professionale, culturale civile che al massimo viaggia storicamente parallela al berlusconismo. E’ stato il giornalismo sua sponte a decretare e celebrare che la politica sono le parole dei politici, l’economia le parole degli economisti e via andare. E’ stato il giornalismo a trasformare se stesso in un microfono o taccuino vivente e vibrante quanto inconsapevole. E’ stato il giornalismo a consegnarsi alla “comunicazione” come genere che spodesta e caccia l’informazione.

Il “berlusconismo televisivo” di cui parla Maltese, la “compagnia di giro” inutile, il parlar di tutto senza saper di nulla, l’offrir chiacchiera inconsapevole comincerà a finire non quando il talk-show mostra la sua decrepitezza di format. Comincerà a finire quando nelle scuole, nelle università e nelle redazioni comincerà a crollare la folle pedagogia secondo la quale scuola, università e organi di informazione non sono e non devono essere luoghi di apprendimento del sapere ma luoghi della “socializzazione delle esperienze”. Il giorno in cui si ricomincerà, se mai si ricomincerà a studiare, studiare per sapere, sarà il giorno in cui comincia a finire il berlusconismo televisivo. Il talk-show è bolso ma l’ignoranza è viva, pimpante e sempre in onda, in tv e nella società. Ignoranza travestita da “opinione”, oppure da “denuncia”, oppure da “testimonianza”, oppure da “pluralismo”. Ma sempre ignoranza, programmatica e ancora saldamente in palinsesto. Al punto che, come scrive Maltese, basta una trasmissione “non perfetta” per apparire una ventata di cultura. Giusto, ma il berlusconismo non è un format, studiandolo e non solo guardandolo lo si apprende. Ed anche questo è “sapere”, sapere che anch’esso non è un format.