Vietato sapere chi sono i 70 mila sindacalisti a carico dello Stato

di Redazione Blitz
Pubblicato il 7 febbraio 2014 15:26 | Ultimo aggiornamento: 7 febbraio 2014 15:28
Vietato sapere chi sono i 70 mila sindacalisti a carico dello Stato

Gianpiero D’Alia, ministro della Pubblica Amministrazione, voleva pubblicare la lista dei 70.000 sindacalisti (LaPresse)

ROMA – Ci sono settantamila sindacalisti (70.000) pagati dallo Stato, ma è vietato sapere il loro nome. Non è uno scandalo, è una questione di trasparenza.

È successo che il ministro per la Pubblica Amministrazione Gianpiero D’Alia (Udc) volesse rendere pubblica la lista di quei dipendenti pubblici, 70 mila su 2,6 milioni di “statali”, che facendo a tempo pieno i sindacalisti hanno il “distacco” dal loro posto di lavoro retribuito dalle casse dello Stato.

Niente di male in questo, nessuno scandalo: fare il sindacalista è un lavoro vero e tutti i lavoratori hanno diritto ad essere rappresentati, quindi non è un problema che chi si incarica di rappresentare i propri colleghi sia pagato per farlo.

Ma la lista dei 70 mila non è pubblicabile: lo vieta il Garante per la Privacy.

Mancanza di trasparenza che si verifica solo coi sindacalisti: non si riesce a pubblicare neanche l’elenco dei dirigenti e dei consulenti, con qualifica e stipendio, di un’azienda pubblica come la Rai.

Scrive Francesco Grignetti su La Stampa:

Perciò D’Alia, sia pure con toni felpati alla democristiana, s’è arrabbiato sul serio. «Sono – dice – a dir poco perplesso della decisione del garante. Pubblicare i nomi dei sindacalisti distaccati non si può, perché si ledono i loro diritti fondamentali. Sono meravigliato perché mi sembra un atto di doverosa trasparenza».

«Esercitano un diritto fondamentale. Ma siccome i distacchi e i permessi rappresentano anche un costo per lo Stato, non capisco perché sia legittimo pubblicare i curricula, le situazioni patrimoniali, e anche le dichiarazioni dei redditi di chi riveste cariche pubbliche, dei dirigenti dell’amministrazione, dei dirigenti delle società partecipate e non i nomi dei sindacalisti che usufruiscono di distacchi e permessi. La loro non è mica un’attività segreta. La trasparenza servirebbe all’opinione pubblica e agli iscritti al sindacato per capire chi esercita effettivamente un diritto e chi ne approfitta solo per non lavorare».

La trasparenza, però, è un concetto che fatica a passare. La Rai, per dire, fa finta di non capire che cosa stabiliscono le ultime leggi. E cioè che deve informare il governo sul numero dei dirigenti, i loro compensi, Panagrafe patrimoniale e reddituale, anche gli emolumenti dei consulenti. Questi dati, peraltro, vanno pure resi disponibili sul sito web. Il governo, per bocca del sottosegretario Giovanni Legnini, rispondendo a un’interrogazione di Renato Brunetta, qualche settimana fa ha già richiamato l’azienda. Ma evidentemente le cose ancora non marciano, se D’Alia dice lapidario: «Per la Rai non riusciamo ad avere questi dati, eppure la legge parla chiaro». La tv di Stato sta tentando di far modificare il contratto di servizio per eliminare l’obbligo di resoconto sul web. La bozza del nuovo contratto che è in discussione presso la Comissione di vigilanza rappresenta un passo indietro.

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