Voto a Bologna, Lazio in serie A: la politica furba, anzi furbastra

Pubblicato il 10 Febbraio 2010 16:14 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2010 17:07

Due storie di una politica troppo astuta, troppo furba, decisamente furbastra. La prima viene da Bologna: il 25 gennaio il sindaco Delbono si dimette per «non coinvolgere e danneggiare la città» tenendo legata la sua amministrazione alle indagini sul “caso Cracchi”, l’ex fidanzata che racconta di spese private con i soldi della Regione Emilia-Romagna dove entrambi lavoravano. Il 25 gennaio è troppo tardi rispetto al limite di legge del 21 gennaio per poter indire elezioni comunali a Bologna nella stessa data delle prossime regionali del 28 marzo. La legge dice che, con dimissioni in quella data, a Bologna si voterà nel 2011, quindi un anno e più di Bologna senza governo e affidata a un Commissario prefettizio.

Il ministro degli Interni Maroni appena 48 ore dopo si dice pronto e disposto ad una legge d’urgenza e in deroga per far votare Bologna subito e risparmiarle questa vacanza di potere, questo danno. Alla condizione che “tutti siano d’accordo”. Il segretario del Pd Bersani non rifiuta l’offerta ma dice: «Ci sono problemi costituzionali». Due giorni dopo quel che appare è questo: il centro destra spinge per elezioni subito, anche per cogliere il momento di sbandamento del Pd, il centro sinistra che ha bisogno di tempo e, prudentemente ma evidentemente, il tempo lo cerca.

Passano circa dieci giorni e Maroni annuncia: niente decreto per anticipare il voto, tempo scaduto, Bologna voterà quando la legge dice: nel 2011. Il Pd replica: «Il ministro gioca a scaricabarile, noi eravamo per anticipare il voto». Quel che si capisce è che il Pd voleva sì l’anticipo, ma a giugno 2010, il tempo per riorganizzarsi. In quei dieci giorni però il centro destra ha scoperto di essere diviso e incerto sulla sua candidatura a sindaco e soprattutto ha pensato: un anno e passa di non governo e gli sviluppi dell’indagine su Delbono cucineranno a fuoco lento la sinistra. Il concetto del “rosolamento” è chiarito da Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl in Parlamento: «Si vota nel 2011, non apriremo finestrelle…». L’Udc si colloca al centro: «Si potrebbe votare ad ottobre 2010». Insomma il Pdl voleva votare a marzo, il Pd ha esitato e ora il Pdl approfitta dell’incertezza e vuole fargliela pagare con un anno di non governo da imputare a Delbono e alla sinistra. Il Pd, che voleva votare a giugno, condannato ora dal governo a votare nel 2011, riscopre che marzo andava bene.

Volendo, se qualcuno volesse davvero, ci sono le possibilità di legge per votare a giugno od ottobre, come c’erano per votare a marzo. Possibilità che però non “convengono”: marzo non conveniva al Pd, giugno e ottobre non convengono al Pdl. Tutti dicono e giurano che l’unica “convenienza” che conta è quella di Bologna e dei suoi cittadini. Ma è una “convenienza” che il Pd ha messo in secondo piano quando si trattava di votare a marzo e che il Pdl due volte ignora e trascura se si tratta di votare a giugno od ottobre. Politica astuta, furba, furbastra.

Francesco Storace

La seconda storia è una storia romana. La Lazio, la Lazio squadra di calcio e non, non ancora il Lazio Regione, rischia di andare in serie B. Intorno alla Lazio squadra di calcio si addensano e coagulano da sempre qualche migliaio di voti di destra, molto di destra. Voti ultras, voti di ultras.

Quando la Lazio squadra era in bancarotta il governatore del Lazio, Francesco Storace, oggi leader de La Destra, convinse e pilotò Claudio Lotito a rilevare la società e la squadra. L’aiuto politico arrivò a favorire una dilazione dei pagamenti delle tasse non pagate nel modico tempo di 22 anni. Ora che la Lazio squadra non vince una partita, ora che è terzultima  in classifica, gli ultras detentori del voto ultras minacciano di far mancare i loro due, tremila voti garantiti per il centro destra.

E allora Storace invita Lotito ad andarsene ma soprattutto il sindaco Alemanno si incarica di convincere Reja ad accettare il posto di nuovo allenatore al posto di Ballardini. Alemanno chiama di persona Reja, come vogliono gli ultras che sono andati a spiegarlo a falange con le “cattive” alla sede della Lazio a Formello. Alemanno chiude il cerchio e dichiara “inaccettabile” l’eventuale retrocessione della Lazio in B. Inaccettabile, non dolorosa, spiacevole, drammatica. Inaccettabile, non può essere, non deve essere. Garantisce la politica, la Lazio in A è obiettivo e impegno del centro destra. Come vogliono gli ultras del voto ultras.

E se Reja, i giocatori della Lazio, la squadra non ce la fa a vincere le partite? Si vedrà a maggio, nel frattempo a fine marzo si sarà votato e il centro destra non avrà perso i voti “laziali e di destra”. Calcolo politico astuto, furbo, furbastro.