Afghanistan. Obama tiene duro sul ritiro, i generali lo smentiscono, ma prevale il calcolo elettorale

di Licinio Germini
Pubblicato il 26 Agosto 2010 18:41 | Ultimo aggiornamento: 27 Agosto 2010 19:27

Immaginate che sia il luglio 2011 o giù di lì e che soldati, marines, forze speciali Usa abbiano fatto armi e bagagli e se ne siano tornati a casa o siano in procinto di farlo. In linea teorica gli americani se ne vanno in primo luogo perchè così vuole il presidente Barack Obama e secondariamente, sempre in linea teorica, perchè l’esercito e la polizia afgani sono diventati modelli di onestà e di efficienza che possono benissimo tener testa da soli ai talebani.

Con tutta la buona volontà immaginare queste cose allo stato dei fatti significa sognare ad occhi aperti. Sul ritiro delle truppe nella data fissata, lo stesso Obama comincia ad avere qualche dubbio. Da quello che sembrava un impegno irrinunciabile il Capo della Casa Bianca ha cominciato a pensarci meglio ed ha aggiunto a quell’impegno una postilla che non è cosa da poco: certo, ci ritireremo ”a condizione che la situazione sul terreno lo consenta”. Se lo consentisse sarebbe una sorta di miracolo in cui pochi credono, a cominciare dall’inner circle, dai principali e più fedeli suoi consiglieri.

Questi consiglieri hanno cercato di farglielo capire in tutti i modi che per stabilire una data di ritiro accettabile ci vorrebbe una palla di vetro, che Obama ancora non ha. Volendo fare un passo indietro nelle settimane trascorse, a cercare di convincere per primo Obama che, allo stato dei fatti, la guerra sarebbe stata persa se Washington non avesse inviato 40-50 mila soldati, è stato l’allora comandante in capo in Afghanistan, generale Stanley McChrystal. Mentre Obama ci pensava sopra e la guerra andava di male in peggio, McChrystal ha praticamente detto che questa amministrazione è inetta ed ha perso il posto.

Gli è subentrato il generale che ha, più o meno, stabilizzato l’Iraq, David Petraeus, il quale è stato buono per qualche tempo poi ha in sostanza ricalcato le orme del suo predecessore sollecitando il celere invio di altre truppe (Obama ha deciso per 30 mila) e anche lui ha azzardato la tesi che quando si combatte una guerra con un nemico come i talebani andargli a dire quando avranno campo libero eccezion fatta per le forze del governo afgano, è a dir poco rischioso. Obama non ha fiatato.

Ma non è finita qui, perchè a contraddire palesemente il presidente ci si è messo anche un soldataccio dalla pelle di cuoio e dai modi spicci:  nientemeno che il comandante in capo dei marines, il generale James Conway, 40 anni di servizio, in procinto di andare in pensione e quindi scevro da paure riguardo alla sua carriera. Il generale ha convocato una conferenza stampa al Pentagono e, papale papale, ha detto che occoreranno ancora ”alcuni anni” prima che l’Afghanistan sia stabilizzato sufficientemente per consentire ai marines di lasciare il Paese. Certo, ha detto, un po’ di soldati se ne andranno, ”ma non credo che saranno contingenti di marines”. Obama non ha fiatato.

Conway ha non parlato a vanvera. I marines, con un leggendario spirito di corpo, sono quelli che in Afghanistan hanno sostenuto i combattimenti più duri contro i talebani, con pesanti perdite. A loro va tra l’altro il merito di aver arginato i talebani nelle infernali province di Helmand e Kandahar, nel sud del Paese. E quando i talebani hanno fatto la sorpresa di comparire anche nel nord, dove non si erano mai visti, sbaragliando i checkpoints afghani, per fermarli e ricacciarli indietro sono stati mandati i marines.

Eppure possono essere citate tutte le voci possibili e immaginabili, come fa la stampa americana un giorno sì e l’altro pure, ma la linea ufficiale della Casa Bianca è  e resta che le truppe americane si ritireranno a luglio del 2011, nonostante che generali e consiglieri gli dicano che è uno sbaglio. Perchè? Per la semplice ragione che a novembre ci saranno le cruciali mid-term elections, in cui sono i ballo tutti i deputati della Camera e 37 senatori, e dove i democratici hanno una gran paura di perdere le loro maggioranze a vantaggio dei repubblicani.

E siccome la maggioranza degli elettori non ne può più della guerra più lunga della storia americana, prolungare la permanenza delle truppe oltre la data fatidica del luglio 2011, o peggio che mai, inviare altri soldati riportando alla mente incubi vietnamiti, sarebbe un suicidio politico. Negli anni Sessanta e Settanta il ritornello era che non si poteva ”perdere” il Vietnam, e si è visto come è andata. I russi, all fin fine, hanno ”perso” l’Afghanistan.  Resta da vedere se lo perderanno anche gli americani.