Afghanistan: i progressi della guerra e le nuove strategie della guerriglia

Pubblicato il 4 Febbraio 2010 10:34 | Ultimo aggiornamento: 4 Febbraio 2010 10:34

Una compagnia di fanteria dei Marine si muove silenziosamente prima dell’alba nelle vicinanza di Karardar. Sono accompagnati da una squadra di soldati afghani. Nella notte si sono mossi con l’intenzione di raggiungere un recinto di case costruite di fango.

L’intelligence americana è stata informata che pochi giorni fa 40 o 50 combattenti afghani hanno trovato rifugio in questa villaggio. Il battaglione ha costituito un cordone militare intorno al paese. I Marine sperano di riuscire a sorprendere e catturare al suo interno gli insorti.

Ma qualcosa non quadra nella fresca alba afghana. Mentre i soldati avanzano, fischi di pastori rompono il silenzio da diverse direzioni, cani latrano minacciosi. Presto uno strano baccano circonda la colonna militare. Il fracasso è anomalo ma il suo scopo è chiaro subito a tutti: segnalare la presenza americana e lasciare ai talebani tempo e modo di prendere la fuga. La situazione diventa perfino buffa quando, pochi chilometri prima del paese, un minivan sfreccia fuori da una delle case. Il guidatore sterza bruscamente e azionando il clacson insistentemente, dando così l’allarme definitivo.

Operazioni come questa hanno, negli ultimi tempi, spesso conclusioni simili. Gli insorti riescono a sfuggire ai blitz militari grazie a un mix di armi moderne e antiche tecniche di comunicazione (le medesime tecniche ancestrali che hanno permesso a Bernardo Provenzano di sfuggire per anni alla cattura).

La tattica dei Talebani riflette un inedito approccio al conflitto, dettato dalle nuove circostanze militari. Fino all’anno scorso, la provincia dell’Helmland non era governata dal governo di Kabul. I Talebani vi godevano una libertà totale di movimento ed erano de facto i governatori della regione. L’Helmland era un rifugio sicuro per i combattenti ed un centro strategico per la produzione del papavero, una basa insieme militare ed economica per la guerra contro Kabul.

Sette mesi dopo la serie di operazioni militari sferrate dai militari americani in questa provincia, la provincia è ritornata in larga parte sotto il controllo del governo centrale. Il potere dei Talebani si è dovuto adattare al nuovo status quo. Non più, dunque, una presenza visibile, radicata nel territorio, politica ed effettiva. Al suo posto un potere invisibile e guardingo, più simile ad una rete che ad un governo, che si limita a gestire i punti nevralgici del proprio network, abbandonando l’amministrazione dell’area, senza però rinunciare all’economia principale di questa, la coltivazione dell’oppio, il principale fondo per la guerra agli occidentali.