Africa e Asia senza pace/ Ciad, Afghanistan, Darfur, Somalia: mentre pochi hanno nascosto i soldi rubati in Europa, un normale sabato di angoscia e paura per milioni di persone. Sotto gli occhi dell’Onu, inadeguato

Pubblicato il 9 maggio 2009 10:53 | Ultimo aggiornamento: 9 maggio 2009 10:58

Nel mondo occidentale un miliardo di persone si dispone a un week end di frenetica pace: acquisti, viaggi, pulizie, liti, amori. Ci sarà la crisi, ci saranno le bollette non pagate. Ma la pelle è salva, la rete di protezione, dalla mensa della Caritas al pronto soccorso degli ospedali è pronta per i meno fortunati di noi.

In Africa e in Asia, centinaia di milioni di persone si dispongono a un normale week end di angoscia e di paura. Ormai così è la loro vita da anni, per loro week end o solo week non fa molta differenza: angoscia, paura, fame, indigenza sono la loro routine quotidiana.

A fronte della guerra e della fame che devastano continuamente parte dell’Africa e dell’Asia, pochi eletti hanno imboscato in europa le ricchezze sottratte ai loro connazionali. Proprio in questi giorni è stata aperta un’inchiesta a Parigi sui leader di paesi come Gabon, Congo Brazzaville, Guinea equatoriale e sulle loro ricchezze francesi: una notizia che dovrebbe in qualche modo mettere in imbarazzo tutti coloro che, un po’ ciecamente, hanno dato il loro sostegno, all’iniziativa tutta inglese di abbuonare agli stati africani i debiti con l’occidente. Andate a Parigi e Londra e scoprirete quante proprietà immobiliari soo proprietà di quei leader, che a casa loro fanno morire deliberatamente di fame la gente.

Per non parlare dell’Afghanistan, il fratello del cui presidente, Karzai, è stato accusato dal New York Times di essere colluso col traffico di droga.

E anche questo sabato si apre in molti paesi africani su uno scenaro di guerra. Si comincia con un allarme dal Chad

Gli scontri tra forze governative ciadiane e ribelli nel Chad orientale mettono a rischio l’assistenza di migliaia di sfollati e rifugiati dal vicino Darfur. A lanciare l’allarme è la ong Intersos, che lavora da anni in Ciad e nei giorni degli scontri avrebbe dovuto distribuire acqua e cibo nei campi di sfollati, in collaborazione con Pam. L’agenzia di stampa Agi cita un responsabile dell’organizzazione non governativa nel Paese africano, il quale ha riferito che il 5 maggio i soldati di N’djamena hanno bombardato colonne ribelli in transito a circa 3 chilometri dal campo di Goz Amir e dal sito di Aradib, che accolgono rispettivamente 22.000 rifugiati e 18.000 sfollati, nell’area di Koukou Angarana. Le forze delle Minurcat (caschi blu irlandesi e finlandesi) sono stanziate a 45 km nel capoluogo della regione, Goz Beida.

“Le ong presenti a Koukou hanno chiesto la presenza delle forze Onu per garantire la sicurezza dei rifugiati sudanesi, degli sfollati e della popolazione civile ciadiani”, ha riferito il responsabile di Intersos, “un convoglio di caschi blu irlandese è giunto mercoledì a Koukou per mettere in salvo il personale delle agenzie Onu e gli operatori delle ong ritenuti a rischio”. In quell’occasione le organizzazioni non governative, ha spiegato il cooperante, hanno rinnovato la richiesta di veder tutelata la sicurezza delle popolazioni civili, sfollate e rifugiate.

I militari Onu hanno ammesso di non avere la capacità operativa per riuscire a coprire le necessità sia dell’area di Goz Beida sia di Koukou Angarana. Ieri la polizia speciale ciadiana ‘De’tachement Integre’ de Securite” (Dis), costituita dalle Nazioni Unite proprio allo scopo di garantire la sicurezza di rifugiati e sfollati, è stata trasferita in elicottero da Koukou a Goz Beida. “Questa decisione ha lasciato nello sconforto la popolazione che in tal modo si e’ sentita abbandonata a se stessa”, ha spiegato ancora il cooperante italiano, “alcuni operatori di Intersos, sia internazionali sia ciadiani, hanno valutato e scelto di rimanere a Koukou per dare un segno di incoraggiamento e vicinanza alla popolazione e per continuare ad assistere i rifugiati non appena le condizioni di sicurezza permetteranno di raggiungere il campo”.

I rappresentanti delle ong che sono a Koukou incontreranno oggi la vice rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite a Abeche’ per richiedere la presenza dei caschi blu a Koukou Angarana, al fine di proteggerne la popolazione (oltre 85.000 persone) e gli operatori umanitari.

Intanto continua il dramma del mezzo milione di profuhi dalla zona di Swat, tra Afghanistam e Pakistan, intrappolati nel doppio ruolo di rifugiati e scudi umani dei talebani.

E in Somalia, da dove partono gli attacchi pirati che rendono insicuro l’oceano davanti all’Africa orientale, l’illegalità è strutturale da quasi vent’anni e la vita della gente comune è a rischio quotidiano.