Bashir: “Il conflitto in Darfur è una mia responsabilità”

di Dini Casali
Pubblicato il 26 Aprile 2011 10:22 | Ultimo aggiornamento: 14 Luglio 2011 23:36

KHARTOUM – Omar al-Bashir, il presidente del Sudan, ha ammesso per la prima volta la sua piena responsabilità per la sanguinosa guerra in Darfur, dove ci furono decine di migliaia di morti. Non è un atto di contrizione o pentimento, quello di Bashir. L’intervista al Guardian è la prima rilasciata a un organo di stampa occidentale dopo la sua incriminazione del 2005 per genocidio e crimini di guerra da parte di una corte internazionale (ICC) dell’Onu. Corte alla quale Bashir si rifiuta di sottomettersi e che accusa senza mezzi termini di orchestrare una “campagna di menzogne” contro di lui e di utilizzare un “doppio-standard” di valutazione dei casi. Gran Bretagna e alleati occidentali stanno perseguendo, protesta Bashir, una politica di vendetta nei suoi confronti, motivata dalla volontà di arrivare a un cambio di regime in Sudan, esattamente come sta succedendo nella vicina Libia.

“Certamente, io sono il presidente e sono responsabile di tutto ciò che accade nel Paese”, dichiara Bashir a proposito del conflitto in Darfur (Sudan dell’ovest), dove i combattimenti proseguono nonostante gli sforzi internazionali per il ripristino della pace. “Quello che sta avvenendo in Darfur è prima di tutto un conflitto locale iniziato con i giorni della colonizzazione”, precisa Bashir. Che poi giustifica il ricorso alla repressione con la necessità di impedire che nel Paese siano introdotti armamenti e per difendere le tribù attaccate dai ribelli. “Ci sono delle perdite umane: ma le cifre sono molto lontane da quelle esagerate per eccesso fornite dai media occidentali” . Per Bashir è un dovere del governo combattere i ribelli ma nega che “stia facendo la guerra al popolo del Darfur”.

Le cifre. Secondo l’Onu  più di 300 mila persone sono morte e circa 2,7 milioni sono attualmente sfollate all’interno del Paese: è il risultato della guerra tra le forze governative (supportate dalla milizia Janjaweed) e i gruppi separatisti del Darfur, che raggiunse la sua escalation nel 2003-4. Il governo sudanese ha sempre dichiarato, al contrario, che solo 10 mila persone sono morte e 70 sono i profughi e limita a 70 mila unità il numero dei profughi.

Un’inchiesta internazionale promossa dalle Nazioni Unite portò il Consiglio di Sicurezza a chiedere un veredetto presso la Corte internazionale (ICC). Nel marzo del 2009 Bashir divenne il primo premier di uno stato a essere accusato di 7  imputazioni per crimini di guerra e contro l’umanità. Altre tre accuse di genocidio sono state aggiunte a luglio scorso a Bashir nella sua qualità di presidente e comandante in capo delle forze armate sudanesi. Bashir respinse ogni addebito e tuttora rifiuta di sottomettersi all’autorità della corte internazionale.

John Prendergast, co-fondatore di Enough Project, un gruppo di pressione di stanza a Washington contro i genocidi, è netto nel respingere le giustificazioni di Bashir. “Nei miei otto viaggi in Darfur, dal 2003 in poi, l’evidenza schiacciante dimostra che il governo incoraggiò e supportò una campagna contro la popolazione non araba attraverso la distruzione sistematica delle loro abitazioni, riserve alimentari, bestiam e, le fonti di acqua e tutto ciò che permetteva la loro sussistenza. 3 milioni di persone sono diventate dei senzatetto, come diretto risultato della politica del governo, non per scontri tribali o per il riscaldamento globale”.

Come Usa, Cina e Russia, il Sudan non riconosce il tribunale internazionale dell’Onu. Bashir lo accusa di giudicare seguendo un doppio standard come, secondo il suo pensiero, dimostrano i casi di Palestina, Iraq e Afghanistan “che non hanno trovato posto nell’agenda della corte. Quello di Luis Moreno Ocampo (procuratore capo dell’ICC dal 2003) è il comportamento di un attivista politico, non di un legale professionista. Lavora a una campagna di menzogne. La più grossa è che avrei nascosto 9 miliardi di dollari in una banca inglese. Per fortuna la banca e il ministro delle finanze hanno smentito”.

L’ultimo pensiero è per Gheddafi. Giudica l’intervento occidentale la prova che si siano cercati pretesti pur di cambiare regime. Non ospiterà Gheddafi, in caso di esilio. Non crede alla fioritura della primavera araba: “Non credo che le proteste in Tunisia, Egitto e Libia si estendano fino al Sudan. Qui un processo di riforma è stato già avviato”.

Il video con l’intervista: