Bin Laden. Il doppio gioco del Pakistan: “L’intelligence ha fallito”. La paura Usa: “Temevamo ci tradissero”

Pubblicato il 4 Maggio 2011 10:35 | Ultimo aggiornamento: 4 Maggio 2011 12:18

ISLAMABAD – L’uomo più ricercato al mondo, Osama Bin Laden, viveva a meno di cento chilometri da Islamabad, in Pakistan. Il nemico numero uno abitava per l’esattezza a settecento metri dall’accademia militare di Abbotabad e sembra che sia stato lì per almeno sei anni in una bella casa da ricco da cui gli stessi americani sono rimasti stupiti.

Questo lascia pensare che qualcuno da tempo in Pakistan proteggeva il capo di al Qaeda, fino al blitz meticolosamente descritto dal presidente Barack Obama che ha portato alla cattura del terrorista.

La preoccupazione trova fondamento nel numero uno della Cia, Leon Panetta che in un’intervista a Time ha rivelato che Washington temeva il tradimento di Islamabad, ovvero che potesse avvisare Bin Laden dell’imminente raid contro di lui.

Stando al ragionamento di Panetta gli Stati Uniti non hanno informato il Pakistan ”perché erano preoccupati che potesse danneggiare l’intera operazione, avvisando il bersaglio”. Poi ha aggiunto che i suoi collaboratori credevano al 60-80% di trovare Bin Laden nel compound dove sarebbe stato per ben sei anni e la rivelazione è dell’élite della marina Usa, non da siti complottisti.

È quanto ritiene infatti la squadra Navy Seal Team Six, l’alta unità antiterrorismo dell’esercito Usa che ha condotto le operazioni. Un ufficiale statunitense che ha voluto rimanere anonimo ha detto all’Associated Press che le forze americane hanno sequestrato una grande quantità di materiale, da documenti ad hardware elettronico.

Secondo la versione ufficiale Pakistana però i servizi segreti di Islamabad (Isi) hanno “condiviso le proprie informazioni” sul compound di Abbottabad sin dal 2009 con “Cia e altre agenzie alleate”, ma  non sapevano nulla del raid Usa (qui quindi confermano il racconto americano). “Il governo del Pakistan smentisce categoricamente di essere stato informato, a qualsiasi livello, dell’operazione contro Osama bin Laden all’alba del 2 maggio”, si legge nel testo.

“Abbottabad e le aree circostanti sono state sotto il controllo delle agenzie di intelligence sin dal 2003, con un blitz nel 2004 che porto’ all’arresto di importanti esponenti di al Qaida”. Le informazioni sul compound “sono state condivise con la Cia e altre agenzie alleate sin dal 2009”, spiega il ministero sottolineando dunqeu che proprio “le attività delle agenzie pachistane hanno permesso alla Cia di individuare bin Laden”.

Per Islamabad poi sono “falsi” poi i resoconti sui Navy Seal partiti dal Pakistan: “Il decollo dalla base di Ghazi è sbagliato e non veritiero. Nessuna base in Pakistan è stata utilizzata dalle forze Usa, e gli elicotteri americani hanno aggirato i radar passando per alcuni punti ciechi”. Islamabad, conclude il testo, “ribadisce la condanna per queste azioni unilaterali e auspica non creino precedenti”.

Proviamo quindi a spiegare perché ci sono tutte queste incongruenze e perché il Pakistan nega da un lato e forse mente dall’altro. Non è credibile che Islamabad non sapesse nulla del covo di Bin Laden e che un uomo come lui alto un metro e ottantatre sia passato inosservato in un paese dopo sono tutti decisamente più piccoli di statura, come fa notare lo scrittore Salman Rushdie su Libération.

Il punto è che il Pakistan da tempo fa il doppio gioco e l’America lo tollera perché ha bisogno del suo appoggio vista la missione in Afghanistan. Il Pakistan però è preoccupato dall’avanzare dell’India e quindi, se da un lato aiuta gli Usa, dall’altro sostiene i sovversivi indiani che sono legati ai Taliban afghani.

Il capo dell’antiterrorismo Usa John Brennan è consapevole probabilmente delle due anime che convivono in Pakistan e delle due verità: proprio per questo è stato più cauto e ha detto alla National Public Radio che per ora non ci sono prove del coinvolgimento pakistano, ma nulla sarebbe da escludere.

“Penso che sarebbe prematuro escludere la possibilità che ci sono stati alcuni individui all’interno del Pakistan, anche all’interno dell’establishment ufficiale che avrebbe potuto essere consapevoli di quanto stava accadendo, ma noi non accusiamo nessuno”.

Eppure il Primo ministro pachistano Yousuf Gilani ha tagliato corto: “Il luogo in cui si nascondeva Osama Bin Laden, non lontano da un’accademia militare pachistana, è testimonianza del fallimento dei servizi di intelligence di tutto il mondo, compresi quelli americani, e non solo di quelli del Pakistan”.