Birmania: la giunta militare verso piccole riforme seguendo l’esempio del Vietnam

Pubblicato il 8 Marzo 2010 20:37 | Ultimo aggiornamento: 8 Marzo 2010 20:37

Il capo della giunta militare birmana, generale Than Shwe

Dopo aver governato il Paese col pugno di ferro dal 1962, la giunta militare birmana sta dando flebili segni di distensione e di volontà di modernizzare l’economia di stato cher si rifà tuttora al modello sovietico, a quanto scrive il New York Times. La giunta ha cominciato a vendere beni statali di ogni tipo come mai fatto in precedenza, inclusi oltre 100 palazzi governativi, attrezzature portuali e una consistente fetta dell’azionariato della compagnia di bandiera nazionale.

Le vendite, dicono gli analisti, sembrano far parte di una transizione politica in vista delle elezioni che si svolgeranno per la prima volta da 20 anni e del varo di una nuova costituzione al riparo della quale i militari manterranno il potere agendo però da dietro le quinte e meno smaccatamente di adesso. Diplomatici e uomini di affari ritengono che le vendite consentiranno ai generali di accumulare denaro per la campagna elettorale in vista delle elezioni, da cui uscirà un parlamento dove ai militari sarà garantito il 25 per cento dei seggi, e per aumentare i salari degli impiegati statali e porre in atto altre misure populiste.

La gran parte dei beni statali sarà venduta a uomini di affari alleati della giunta, rafforzando così la forza di una classe dirigente composta da militari e oligarchi. Nondimeno, le privatizzazioni potrebbero avere l’effetto di generare un minimo di concorrenza in un sistema economico attualmente estremamente rigido. Alcuni analisti ritengono che le vendite dei beni di stato potrebbero segnare una svolta. L’ala ”riformista” della giunta, si rileva, potrebbe sperare di seguire il cammino di Cina e Vietnam, dove l’economia è stata liberalizzata pur mantenendo saldamente al potere il partito comunista e reprimendo con forza ogni forma di dissenso.

La giunta ha nazionalizzato gran parte delle industrie e degli edifici quando prese il potere nel 1962 e da allora ha controllato gran parte dell’economia. Ma le vendite che il governo di Rangoon si propone di effettuare sono tali e tante da essere paragonate alle vaste privatizzazioni effettuate in Russia dopo la caduta del comunismo.

Secondo uomini di affari che hanno visto annunci di vendite, esse includono la rete di importazione e distribuzione petrolifera, miniere di gemme e alluminio, fabbriche e terra coltivabile. Questi annunci non sono sbandierati tra la popolazione, ma vengono fatti filtrare a piccoli gruppi di uomini d’ affari che a loro volta informano i loro amici e associati.

Il governo ha indicato che intende vendere tra l’altro impianti per la produzione di bevande gassate, di sigarette, di biciclette, secondo quanto rivelato al New York Times da U Phone Win, capo di una organizzazione non-profit che assiste la gente nelle aree rurali. La giunta intende inoltre cedere ai privati il settore sanitario e scolastico, consentendo la costruzione di scuole e ospedali privati. ”Questo significa – ha dichiarato U Phone Win – che per la prima volta da oltre mezzo secolo in Birmania ci saranno opportunià per la comunità degli affari internazionale”.

Nei giorni scorsi, la Commissione per le Privatizzazioni ha pubblicato una lista di 176 beni a Rangoon che saranno messi all’asta nelle prossime settimane. La lista, di 18 pagine, è stata mostrata a imprenditori interessati e include edifici per un valore di centinaia di milioni di dollari. Negli ultimi sei mesi il governo ha messo in vendita decine di migliaia di automobili che erano state sequestrate perchè importate illegalmente ed ha annullato il bando che aveva imposto su scooter e motociclette (il resta nella capitale), provvedimenti che trasformeranno radicalmente la vita di migliaia di persone.

La ”mente” dietro questa mini-rivoluzione sembra essere il capo della giunta, generale Than Shwe. Il suo piano è di fornire una qualcosa di simile ad un governo civile pur preservando il potere dei militari.

Quanto alle previste elezioni, con il capo dell’opposizione e premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari da anni e 2.100 prigionieri politici imprigionati in varie parti del Paese, sono in pochi a farsi illusioni. Dice l’ambasciatore britannico: ”Le elezioni saranno considerate legittime e credibili solo se il governo libererà i prigionieri politici e gli consentirà di partecipare alla consultazione”.

I cambiamenti che sta effettuando il governo sono purtuttavia importanti. Da qualche settimana la stampa locale ha potuto pubblicare articoli di denuncia del lavoro forzato infantile e in questo campo la giunta sta collaborando con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro Oil). Secondo Steve Marshall, capo del locale ufficio dell’Oil, ”Rispetto ad alcuni anni fa la situazione è completamente diversa. C’è la volontà di lavorare insieme e i generali vogliono essere considerati dei professionisti”.