Bossi e Vendola il pacifismo dell’anima e del portafoglio: marciano divisi, colpiscono insieme

di Lucio Fero
Pubblicato il 27 Aprile 2011 14:33 | Ultimo aggiornamento: 27 Aprile 2011 14:33

ROMA-C’è differenza tra Umberto Bossi che lamenta “le guerre non si fanno e comunque non si annunciano così” e Nichi Vendola che condanna la “decisione sciagurata” di usare le armi italiane in Libia? Una differenza c’è: il primo sta al governo, ne è ministro, sostiene il presidente del Consiglio, è pilastro della maggioranza. Bossi è contro, fieramente contro la guerra mossa e fatta dal suo governo. Ce ne sarebbe eccome per una crisi di governo, visto che il dissenso è su una scelta di primaria importanza. Ma non ci sarà crisi, al massimo salta un Consiglio dei Ministri. Bossi e la Padania tuonano contro Berlusconi che di fa “diventare una colonia francese”. Tuonano però con la forza e l’effetto pratico di can che abbaia e non morde: la Lega si terrà i bombardamenti in Libia, così come si tiene la legislazione bombarda-processi, così come si tiene la voglia matta del Pdl di cambiare i connotati alla Costituzione. Il tutto in nome di interessi superiori, il superiore interesse del Nord al federalismo e anche ormai il superiore interesse leghista a restare al governo. Il secondo, Vendola, è invece all’opposizione, non sta al governo e questo governo lo vorrebbe far cadere domani, anzi ieri.

A parte questa differenza, non certo piccola ma quasi ininfluente sul piano dei concreti fatti politici, c’è altra differenza tra i due, tra ciò che pensano e rappresentano in materia di pace, guerra, politica estera, ruolo internazionale dell’Italia? C’era, in origine e tanto tempo fa c’era differenza e lontananza. Entrambe si vanno assottigliando. Le varie e diverse forme del pacifismo italiano vanno, anche non volendo, convergendo verso un pacifismo insieme di cuore e di portafoglio.

C’era il pacifismo di sinistra, anzi prima ancora quello comunista. Non era vero e proprio pacifismo, era una forma di schieramento nel mondo della guerra fredda. Nella cultura politica comunista il pacifismo non c’era mai stato, i comunisti si erano sempre schierati con gli eserciti e le armi del popolo, del progresso e del socialismo. Ma i comunisti animano e innervano i movimenti per la pace, tifavano insieme per il disarmo e per le rivoluzioni in armi contro l’imperialismo capitalista. Poi il comunismo evaporò e perse memoria di se stesso. Restò un’abitudine, un’attitudine, un substrato e un riflesso pacifista. Presto colonizzato e impugnato da altre tradizioni culturali. Strato dopo strato si formò il pacifismo di sinistra: un po’ cattolico, un filo comunista, molto ideale di uomini di buona volontà. Restava alquanto strabico perché mobilitava e scendeva in piazza soprattutto contro gli americani, sempre e comunque colpevoli. Diventava comunque il rifiuto assoluto della guerra, sempre e comunque. E prese come bandiera l’articolo della Costituzione che ripudia la guerra. In realtà mezzo articolo, perchè il testo costituzionale non ripudia ogni guerra ma, come è ovvio, solo quelle di aggressione e conquista. Per restare agli ultimi decenni, questo pacifismo si oppose alla prima guerra contro Saddam quando Saddam invase il Kuwait, si oppose all’intervento Nato nella ex Jugoslavia, si oppone agli eserciti occidentali in Afghanistan. E’ insomma il pacifismo di Vendola e di Gino Strada. Che affascina e coinvolge buona parte dell’elettorato del Pd. Che anima le marce ad Assisi con sindaci e parroci. Che crea strani ma sintomatici equivoci linguistici per cui il povero Vittorio Arrigoni, militante fiero e deciso della causa palestinese, nemico ed ostile ad Israele al punto che la famiglia non ha voluto la sua salma nemmeno sorvolasse la terra dello Stato di Israele, viene definito un “pacifista”. Era un eroe e una vittima della sua causa Arrigoni, ma pacifista proprio no. Infatti i suoi compagni di lotta non riescono a credere alla realtà, sia stato ucciso da palestinesi, hanno bisogno di fideisticamente credere sia stato Israele il killer.

Contro questo pacifismo era schierata la destra italiana, tutta la destra, quella che era con Bush padre e Bush figlio, quella che era con Israele. Ora non più, ora la destra italiana, da Vittorio Feltri a Giuliano Ferrara, da Libero a Il Giornale, da Bossi a mezzo Pdl è a sua volta pacifista. Perchè e per come lo spiegano con la consueta chiarezza i leghisti: perché dalla guerra che ce ne viene? “Aumento delle tasse e della benzina e immigrati”. E’ Calderoli a riassumere così il senso e la natura di un pacifismo isolazionista. Più isolazionismo che pacifismo. Pacifismo delle opportunità che così ragiona: Gheddafi in fondo ci faceva comodo e, comunque, chi se ne frega dei libici. I due “pacifismi”, quello dell’anima e quello del portafoglio sempre più convergono. Quasi fusi dall’idea, dal valore condiviso a livello di massa che non esista nulla per cui valga la pena, e il costo, di combattere e morire. Il pacifismo sempre, comunque e ad ogni latitudine converge con il pacifismo del farsi i fatti propri. Si mescolano, si fondono, reciprocamente si rafforzano. Marciano ancora divisi e in parte ancora diversi. Ma colpiscono uniti: niente guerra, mai. E mai una guerra che non ci convenga, qui, ora e sul “territorio”. No, Bossi e Vendola non sono lontani e sono molto vicini entrambi al sentir comune di tanti italiani che tutto si sentono tranne che cittadini d’Europa, del mondo e di qualunque altra cosa che non sia il loro cuore e il loro portafoglio.