Brasile elegge Parlamento pieno di pastori evangelici, ex militari e poliziotti. Bolsonaro, lo chiamano il Capitano

di Riccardo Galli
Pubblicato il 8 ottobre 2018 10:30 | Ultimo aggiornamento: 8 ottobre 2018 10:30
Brasile elezioni: Parlamento pieno di pastori evangelici, ex militari e poliziotti. Bolsonaro, lo chiamano il Capitano

Brasile elegge Parlamento pieno di pastori evangelici, ex militari e poliziotti. Bolsonaro, lo chiamano il Capitano (foto Ansa)

ROMA – Brasile elegge Parlamento pieno di pastori evangelici, ex militari ed ex poliziotti. Non sono tre gruppi sociali sovrapposti e giustapposti, sono un unito e intimamente coerente gruppo sociale. Ex militari ed ex poliziotti a rappresentare la stanchezza di buona parte della popolazione per la democrazia, a testimoniare una sorta di neanche tanto inconfessata nostalgia per quando la democrazia non c’era ma c’era…l’ordine. In altri termini, i governi militari. E’ passato circa mezzo secolo da allora, il tempo classico per dimenticare la realtà ed elaborare il mito.

E pastori evangelici che hanno come primo nemico la modernità. La modernità, cioè la scienza, la tolleranza, la pluralità delle opinioni e credenze. Pastori evangelici che si danno come missione quella di evangelizzare il mondo, cioè eliminare dal mondo le impurità. E impurità sono le teorie e pratiche liberali, la libertà d’opinione e di religione, le libere scelte sessuali e culturali. L’ordine del libro sacro, l’ordine della Bibbia: questo deve essere la legge di Stato. Bibbia e cinturone, il Brasile ha eletto un Parlamento pieno di gente così.

Perché lo ha fatto? Quel che accade laggiù nell’emisfero sud si spiega e si motiva con un perché che è di casa, di nuovo di casa, anche quassù nell’emisfero nord. Un perché che eccolo qua: meglio i fascisti che i corrotti. In Brasile la maggior parte dell’elettorato e della pubblica opinione hanno identificato sistema uguale governo uguale corruzione uguale sinistra. fatte le debite differenze, ricorda qualcosa?

Circa un ventennio di governi che qui definiremmo socialdemocratici (è ovviamente una semplificazione approssimata) hanno prima portato ad una sorta di boom economico del Brasile, oltre che ad una robusta avanzata dei diritti civili. Ma avanzava anche, insieme alla spesa pubblica, la corruzione (anche qui, ricorda qualcosa?). Non solo, parte della popolazione introiettava la narrazione di un mondo di beatitudini (terrene) negate a molti perché sequestrate da pochi. E in nome dei “soldi ci sono, basta andare a prenderli” (ricorda qualcosa?) si ribellava elaborando se stessa come vittima.

Lula che è stato la massima espressione di quella socialdemocrazia finiva in carcere, il suo partito di fatto si regionalizzava elettoralmente subendo una piccola deriva chavista. In altri termini conservava massicciamente i voti del Nord povero e assistito dalla mano pubblica, altrove declinava. Ed ecco allora le elezioni di ieri: venti partiti in Parlamento e un candidato presidente votato al 46 per cento.

Quel candidato è Bolsonaro. Per prima cosa ha detto che ci sono stati brogli, brogli per costringerlo al ballottaggio. E così Bolsonaro ha chiarito cosa pensa della democrazia elettorale. Bolsonaro che vuole, ma guarda un po’, prima i brasiliani. Bolsonaro cui stanno sulle scatole i gay e le donne che non stanno al posto loro. Lo dice lui, con orgoglio. Bolsonaro che non nasconde amicizie e rimpianti per i valori e i tempi dei militari. Bolsonaro che laggiù lo chiamano il Capitano, ma guarda un po’ alle volte le coincidenze.

Brasile, dove il meglio i fascisti che le mazzette ha ispirato e mosso l’elettorato. Bolsonaro probabilmente al ballottaggio presidente. Avanti un altro.