Caso Marò, non c’è 2 senza 4: gli indiani vogliono incriminare altri due italiani

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 settembre 2013 7:54 | Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2013 20:13
Caso Marò, non c'è 2 senza 4: gli indiani vogliono incriminare altri due italiani

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone scortati in tribunale (LaPresse)

ROMA – Oltre ai marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre le autorità indiane potrebbero incriminare altri due dei quattro commilitoni dei fucilieri di marina (si tratta di Renato Voglino, Massimo Andronico, Antonio Fontana e Alessandro Conte) che erano a bordo con loro sulla petroliera Enrica Lexie il 18 febbraio 2012, quando Girone e Latorre furono arrestati con l’accusa di aver ucciso tre giorni prima due pescatori indiani – scambiati per pirati – al largo delle coste del Kerala.

Per l’Italia la situazione resta complicatissima. Gli 007 indiani vorrebbero interrogare i due colleghi di Girone e Latorre, e vorrebbero farlo a Delhi. Ma dato il precedente del tranello col quale l’Enrica Lexie fu attirata a terra e i due marò arrestati, gli italiani non si fidano degli indiani: non è che vi diamo quattro che vorreste sentire come testimoni e ci ritroviamo con altri due militari arrestati?

Si sta fra il martello e l’incudine, perché se da un lato gli italiani non vogliono rischiare di perdere altri due uomini, dall’altro se non si fa l’interrogatorio non c’è la chiusura formale delle indagini e non si apre il processo. Se non parte il processo, Girone e Latorre sono condannati a sopportare che i tempi del loro giudizio si allunghino oltre ogni rispetto della loro condizione e a restare nel limbo dell’ambasciata italiana in India, anche se è sempre meglio di essere rinchiusi in una prigione indiana.

Scrive Marco Ventura sul Messaggero:

“I negoziati sono complessi perché gli indiani sanno che ci sarebbe stato un errore nella prima perizia balistica fatta nel Kerala dopo l’uccisione dei pescatori il 15 febbraio 2012: i proiettili mortali non sarebbero infatti partiti dalle armi di Girone e Latorre ma da quelle di due loro commilitoni del nucleo che si trovava sul mercantile Enrica Lexie.

De Mistura assicura che i quattro marò compagni d’arme dei due incriminati non andranno mai a Delhi per essere interrogati. «Su questo non arretriamo di un millimetro, non li manderemo visto che Latorre e Girone furono attirati con l’inganno nel porto di Kochi». A loro fu detto che dovevano riconoscere dei pirati, e vennero arrestati. De Mistura aggiunge che Latorre e Girone affrontano questa fase con lo stesso spirito che anima la task force diplomatica del governo: «Da un lato fermezza e chiarezza sulla posizione italiana sui marò, dall’altro impazienza per questo ritardo ulteriore del processo»”.

L’India aveva fatto trapelare di aver detto no alle tre ipotesi di interrogatorio “alternativo” avanzate dall’Italia: missione della Nia (gli 007 indiani) a Roma, videoconferenza o risposte a domande scritte. Ma Staffan De Mistura, in missione a Nuova Delhi da quasi una settimana, sta trattando a oltranza con i responsabili dei tre ministeri indiani incaricati del dossier Marò, e il silenzio in questi casi potrebbe non essere cattivo presagio.

Sul silenzio c’era stato uno scambio fra il giornalista di Repubblica Mario Pirani e Staffan De Mistura. Pirani era tornato a parlare qualche giorno fa del caso Marò definendola una “indegna vicenda” avvolta in “un’atmosfera di dimenticanza e rassegnazione”. De Mistura aveva replicato in una lettera:

“Mi riprometto, con il ritorno in Patria dei nostri, di analizzare insieme cosa si sarebbe dovuto e potuto fare per evitare l’accaduto. Non ora, nel mezzo di un procedimento giudiziario dove ogni commento potrebbe rivolgersi contro di noi e quindi ritardare la conclusione della vicenda”.

Risposta che non aveva rassicurato Pirani:

“Se ne riparlerà a conclusione dei fatti, afferma l’ambasciatore e non sta a noi valutare se questa sospensione di giudizio sia una misura cautelare o un’altra prova di eccessiva e tardiva prudenza. Finora abbiamo dato prova di una ingenuità davvero eccessiva e basta rifarsi al Times of India del 25 marzo scorso, dove un inquirente della polizia del Kerala vanta la manovra di “adescamento” per attirare la nave italiana che navigava in acque internazionali, all’interno delle frontiere marittime indiane. La scusa: il desiderio di ringraziare l’equipaggio della “Lexie” e l’opportunità di riconoscere gli aggressori. Solo che, una volta scesi a terra, altra iniziativa insensata, il quadro per i nostri cambiò, come sappiamo, radicalmente. Se queste sono le premesse, è difficile che la buona fede paghi. Per intanto sarebbe ora – visto che le missioni dei marò proseguono in mari tanto pericolosi – che l’impiego della Marina italiana si svolga secondo una catena di comando militare ben definita. Non c’è bisogno di attendere una crisi di governo per affrontare una questione che può deflagrare ogni giorno sotto ogni parallelo dei mari del Sud”.