La corsa dell’inflazione cinese mette a rischio il commercio globale

di Licinio Germini
Pubblicato il 18 Aprile 2011 13:53 | Ultimo aggiornamento: 18 Aprile 2011 16:37

Un mercato del pesce a Shanghai

SHANGHAI, CINA – Mentre gli Stati Uniti e l’Europa cercano di risollevare lo stato delle loro economie, la Cina ha il problema opposto: trovare il sistema per impedire alla sua vorticosa crescita di generare un’inflazione galoppante. L’ultimo provvedimento c’è stato domenica, quando la banca centrale cinese ha ordinato ai maggiori istituti di credito di aumentare le riserve di liquidità.

Ciò diminuisce l’ammontare del denaro disponibile per prestiti ed è un tentativo di raffreddare l’economia, che secondo i dati governativi corre al ritmo del 9,7 per cento annuo. il più alto di qualsiasi altra grande economia mondiale. Ora, poichè la Cina è attualmente la seconda economia planetaria per importanza, il suo surriscaldamento può avere conseguenze da Wall Street al resto del mondo. Attualmente l’inflazione cinese corre al ritmo del 5,4 per cento l’anno, un balzo dal 4,25 dell’anno scorso.

L’aumento dell’inflazione mette a repentaglio la Cina come ”laboratorio” a bassi costi per il mondo, e se gli sforzi governativi per combattere l’inflazione fanno incespicare l’economia questo oscurerà le prospettive del mondo degli affari internazionali, dalla General Electric alle miniere di rame in Cile, che contavano sulla Cina per aumentare la loro crescita.

Sul piano interno cinese l’inflazione minaccia anche la stabilità sociale, un’acuta preoccupazione di Pechino, specialmente dopo che i governi autoritari nel Medio Oriente e in Nord Africa sono stati assaliti da rivolte popolari. ”L’inflazione cinese è una grave preoccupazione per tutti, e i dati reali sono peggiori di quelli resi noti dal governo”, rileva Carmen Reinhart, economista al Peterson Institute for International Economics di Washington. I prezzi degli alimentari stanno aumentando vertiginosamente e secondo il governo l’indice dei prezzi al consumo a marzo è aumentato del 5,4 per cento, il balzo più alto da tre anni.

Il governo ha innalzato al 20,5 per cento l’ammontare delle riserve di capitale delle banche, il quarto rialzo del genere quest’anno. E sempre per contrastare l’inflazione, negli ultimi sei mesi ha imposto restrizioni ai prestiti delle banche ed ha aumentato i tassi di interesse sui prestiti (per scoraggiare la loro richiesta) e sui depositi (per incoraggiare i risparmi). Il governo ha anche aumentato i sussidi all’agricoltura e cercato di impedire alle aziende di aumentare i prezzi al consumo.

Ma per gli analisti i risultati di questi provvedimenti non sono del tutto soddisfacenti. La crescita ha cominciato a rallentare dal suo 10 per cento annuo, ma il rovescio della medaglia è che l’inflazione ha continuato a salire. Questo perchè, rilevano gli osservatori, troppa parte della crescita è legata a spese inflazionistiche per lo sviluppo edilizio, alla costruzione di strade, ferrovie ed altri costosi progetti infrastrutturali.

Vi sono poi fattori inflazionistici, come i prezzi globali delle materie prime e dei generi alimentari, che Pechino non può influenzare. Oltre a quelli degli alimenti, è fortemente aumentato anche il prezzo della benzina, in linea con i costi del petrolio a livello mondiale, e in Cina, il più grande mercato automobilistico mondiale, la richiesta di carburanti va al galoppo.

Per incoraggiare las crescita di un mercato al consumo tale da soddisfare la richiesta della popolazione di condividere la ricchezza nazionale, il governo centrale e molti governi municipali hanno richiesto ai datori di lavoro di aumentare i salari. Ma salari più alti innalzano i costi di produzione e causano l’aumento dei prezzi. Secondo certi esperti l’aumento dei salari sarà una inevitabile forza inflazionistica per anni a venire.

”La Cina sta entrando in una nuova era”, dice Dong Tao, economista al Credit Suisse di Hong Kong. ”Nel precedente decennio l’inlazione era all’1,8 per cento l’anno, ma nel prossimo decennio sarà del 5 per cento”. Le conseguenze sono enormi, non solo per i consumi interni, ma anche per le esportazioni. Con l’aumento dei salari e dei costi di produzione, le fabbriche costiere chiedono tariffe più alte per i prodotti che spediscono oltremare. Ciò significa che compratori americani, europei e di altri Paesi dovranno pagare di più per quei prodotti, o cercare altrove fornitori con prezzi più bassi.

In certi casi le aziende occidentali offrono prezzi che gli esportatori cinesi rifiutano perchè considerano troppo bassi. Dice in proposito Dong Tao: ”Ho seguito l’economia cinese per molto tempo e non mai visto una cosa del genere”.

Cittadini come Wang Jianren, 56 anni, un pensionato di Shanghai, frenetica metropoli con 20 milioni di abitanti, ha dichiarato al New York Times che la Cina ha tratto beneficio dal suo rapido sviluppo, ma come molti altri cinesi lamenta che l’inflazione comincia ad erodere quei progressi. ”I prezzi sono saliti molto”, afferma Wang, ”e l’instabilità dei prezzi rende instabile anche la società. In questo senso, la nostra generazione ha perfino qualche nostalgia per l’era di Mao”.