Egitto. Chi è Morsi. Lui ha fallito, travolto da crisi e disoccupazione

Pubblicato il 4 luglio 2013 13:19 | Ultimo aggiornamento: 4 luglio 2013 14:04
Egitto. Chi è Morsi. Lui ha fallito, travolto da crisi e disoccupazione

Egitto. Chi è Morsi. Lui ha fallito, travolto da crisi e disoccupazione

ROMA – Egitto. Chi è Morsi. Lui ha fallito, travolto da crisi e disoccupazione. Presidente per un anno, Mohamed Morsi ha fallito l’ambizioso progetto iniziale: “La nostra forza risiede nella nostra unità”, era lo slogan con cui si presentò da candidato dei Fratelli Musulmani. Vinse con meno di un milione di voti di scarto da Ahmed Shafiq, l’uomo scelto dal declinante Mubarak, mentre oggi l’Egitto è un paese diviso dall’odio, prostrato dalla crisi economica. La breve parabola di Morsi sul trono che fu di Nasser, Sadat e Mubarak è ben raccontata da Alberto Stabile su Repubblica (4 luglio): le ultime notizie lo danno segregato al Ministero della Difesa, ostaggio di quei militari con cui la Fratellanza ha un conto aperto da almeno 40 anni. Fallimento è la parola chiave, a partire dalla politica estera:

Ed è proprio lì che Morsi è fallito, quando il suo governo, a maggioranza composto dai fratelli musulmani, non è stato capace di negoziare con il Fondo Monetario un prestito vitale. E il paese ha cominciato a boccheggiare: con il turismo in crisi, la disoccupazione dilagane, le riserve in valuta prossime all’esaurimento, le lunghe code davanti ai distributori.

Fallimento ascrivibile anche all’ondeggiante e ambigua tutela americana che da una parte sostiene economicamente i militari, dall’altra ha appoggiato quello che gli stessi compagni di militanza chiamavano la “ruota di scorta” Morsi, in nome dello status quo, cioè mantenimento dei rapporti con Israele, lotta al terrorismo senza badare troppo ai diritti e alla salute delle masse egiziane. L’afflato religioso che gli ha suggerito una modifica della Costituzione verso la Sharia è stato un colpo mortale alla possibilità di unire e si è rivelato infine un boomerang:

Eppure, gli esordi erano sembrati promettenti. Lo rivediamo mentre si aggira in punta di piedi, sfiorando ora un telefono, ora la poltrona da lavoro, tra i marmi, gli stucchi dello studio di Mubarak. “L’era dei superman è finita. D’ora in poi la presidenza sarà soltanto un’istituzione”, disse. Ma quando a novembre del 2012, neanche cinque mesi dopo la sua elezione, vide che i lavori per redigere la nuova Costituzione arrancavano, decise di dare la spallata. E la sua parabola cominciò la fase discendente.

La resistibile ascesa di Morsi si conclude con la vendetta dei militari e la dubbia soddisfazione di chi, in nome della Primavera araba si ritrova a festeggiare con l’esercito. Il personaggio non possiede l’impronta carismatica del capo, sembra sballottato da spinte opposte, la biografia è rivelatrice:

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Di Morsi, è vero, si sapeva non molto di più delle sue umili origini e dei suoi studi d’ingegneria al Cairo, completati con un dottorato conseguito negli Stati Uniti, dove sono nati tutti e quattro i suoi figli, e di cui egli stesso ha ottenuto la cittadinanza. Nonché lo zelo religioso ostentato quando, da deputato eletto al Parlamento dal 2000 al 2005, denunciò il governo per aver permesso la pubblicazione di riviste che presentavano in copertina immagini di nudo e la trasmissione in tv di scene considerate “immorali”. Con lo stesso furore chiese la soppressione del concorso di Miss Egitto, contrario, secondo lui, alle “norme sociali”, alla Sharia, la legge islamica, e alla Costituzione. Un chiodo fisso.