“L’Egitto non è l’Iran. La mobilitazione non c’entra con l’islam”: l’analisi di Ian Buruma

Pubblicato il 4 Febbraio 2011 15:26 | Ultimo aggiornamento: 4 Febbraio 2011 15:26

L’ultimatum a un popolo tra dittatura o regime religioso che si sta ponendo in questi momenti in Egitto non è nuovo al mondo Occidentale. Lo studioso di Oriente Ian Buruma, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, sottolinea come già alla Polonia degli anni Ottanta venisse posto l’aut aut tra il comunismo o l’egemonia della Chiesa cattolica.

Ora lo stesso gioco viene fatto in Egitto da Hosni Mubarak: “l’unica alternativa allo Stato laico sono gli islamisti, vale a dire o Mubarak o la Fratellanza musulmana”. Questo messaggio ha garantito al rais il sostegno dei governo occidentali, che hanno continuato a sostenerlo e finanziarlo.

Ma la repressione, sostiene Buruma, raramente porta alla modernizzazione. “Più è brutale il giro di vite imposto ai partiti religiosi negli Stati autoritari laici, più si radicalizza la loro politica”. Mentre “la politica della religione, o la politica basata su una fede religiosa, non è immancabilmente violenta, nemmeno nel mondo islamico”. Le organizzazioni religiose sanno muovere il popolo, fino ad incitarlo alle sollevazioni contro i governi. Ma quando si impadroniscono del potere “non sono mai democratiche. E non possono esserlo, poiché l’autorità religiosa impone l’obbedienza al potere divino, che per definizione non accetta la sfida della ragione”.

Quando l’ayatollah Ruhollah Khomeini e i suoi seguaci dirottarono la rivoluzione iraniana del 1979, la democrazia divenne impossibile: il mullah si era trasformato in dittatore. Ma questo non vuol dire i partiti politici ispirati a precetti religiosi non possano essere democratici.

Né in Tunisia il movimento Ennahda (Rinascita) di Rachid  Ghannouchi, né in Egitto i Fratelli Musulmani, sono stati veri protagonisti della vita politica degli ultimi anni. “Non esiste un protagonista, in nessuno dei due Paesi, lontanamente paragonabile a Khomeini”.

Il popolo è sceso in strada per la frustrazione economica, l’indignazione per la corruzione statale, ma non per motivi legati alla religione o a rivendicazioni jihadiste. “L’Egitto non è l’Iran. I manifestanti al Cairo, Alessandria e Suez non sembrano essersi abbandonati né alla violenza, né al fanatismo religioso. Gli scontri peggiori si sono avuti solo quando i sostenitori di Mubarak hanno attaccato la folla. È impossibile valutare con certezza l’esito della situazione. Forse i Fratelli musulmani potrebbero vincere le elezioni. O forse no. Ma spetta agli egiziani scegliere. Negar loro questa libertà rischia di far precipitare la situazione e di condurre proprio a quell’estremismo religioso che sono in tanti, giustamente, a temere”.

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