Egitto, l’Iran spera in una “rivoluzione egiziana” come nel ’79. Per un Medio Oriente musulmano

Pubblicato il 29 Gennaio 2011 17:52 | Ultimo aggiornamento: 29 Gennaio 2011 19:10

TEHERAN – Rispettare le richieste di ”giustizia” del ”popolo musulmano” dell’Egitto. E’ quanto ha chiesto oggi il ministero degli Esteri iraniano al presidente egiziano Hosni Mubarak. Ma dietro alle dichiarazioni formali è palpabile il giubilo a Teheran per la rivolta contro il ‘nemico’ con il quale, fin dalla sua fondazione, la Repubblica islamica ha rapporti di fredda ostilità. Un giubilo espresso in commenti che arrivano a prevedere l’ esportazione della rivoluzione islamica non solo all’Egitto, ma a tutta la regione.

”Questi sviluppi preparano la strada per la nascita di un forte Medio Oriente governato dall’Islam”, ha affermato Mohammad Karim Abedi, membro della commissione Esteri del Parlamento, riferendosi anche alla cacciata di Ben Ali dalla Tunisia e alle proteste che si vanno diffondendo in altri Paesi arabi. ”Sono ottimista sul successo della rivoluzione in Egitto”, gli ha fatto eco Mohammad Javad Larijani, responsabile delle relazioni internazionali dell’apparato giudiziario e fratello del presidente del Parlamento, Ali Larijani, definendo ”una benedizione” l’ondata di proteste nella regione.

Parole che evocano nella mente di chi l’ha vissuta i fantasmi della rivoluzione islamica iraniana del 1979. Un parallelo che sembra venire suggerito da alcune scelte nella copertura giornalistica da parte dei media iraniani. La televisione, per esempio, ha ritrasmesso uno spezzone di un discorso che lo Scià Mohammad Reza Pahlevi fece poche settimane prima di essere costretto a lasciare l’Iran. ”Ho sentito la voce del mio popolo”, disse il sovrano, nel tentativo inutile di placare l’onda montante delle manifestazioni.

Parole tornate alla memoria di molti a Teheran, quando nel suo discorso televisivo di ieri sera Mubarak si è detto favorevole a ”realizzare una maggiore democrazia”. E poi ci sono gli interventi dell’amministrazione americana che, come fece con lo Scià il presidente Jimmy Carter, esortano Mubarak ad un maggiore rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione.

Non basta questo, evidentemente, per prevedere che la storia si ripeterà con l’avvento di un regime rivoluzionario in un Paese con il quale l’Iran ha rotto le relazioni diplomatiche oltre 30 anni fa, condannando gli accordi di pace di Camp David con Israele del 1978. A scavare ulteriormente il fossato contribuirono l’ospitalità data dall’allora presidente Anwar Sadat allo Scià in fuga, morto al Cairo nel 1980, e le manifestazioni di gioia a Teheran per l’assassinio dello stesso Sadat ad opera di un commando fondamentalista islamico nel 1981, con l’intitolazione di una strada della capitale iraniana al capo di quel gruppo, Khaled Eslamboli.

Se anche dovesse materializzarsi al Cairo una rivoluzione islamica, non va dimenticato che si tratterebbe di un movimento sunnita, e non vi sarebbero garanzie che ciò farebbe dell’Egitto un Paese amico dell’Iran. Come non lo è oggi l’Arabia Saudita, Paese su cui il fondamentalismo sunnita ha una forte influenza e diviso da un’aspra rivalità con Teheran.

E proprio oggi il re Abdallah ha telefonato a Mubarak per esprimergli la sua solidarietà e denunciare ”gli attacchi alla sicurezza e stabilità” dell’Egitto. Una eventuale caduta del regime di Mubarak potrebbe tuttavia rappresentare per Teheran un nuovo fortunato sviluppo in una catena di eventi nella regione che nell’ultimo mese ha visto riconfermato nella carica di primo ministro in Iraq Nuri al Maliki, molto vicino all’Iran, e l’estromissione dalla guida del governo libanese di Saad Hariri, amico dell’Arabia Saudita e dell’Occidente, dopo la defezione di alcuni alleati-chiave a favore del partito sciita filo-iraniano Hezbollah.

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