Egitto. La ”sorpresa Mubarak” silura la strategia Usa per una ordinata transizione

di Licinio Germini
Pubblicato il 11 Febbraio 2011 14:34 | Ultimo aggiornamento: 11 Febbraio 2011 14:34

Il presidente Mubarak mentre pronuncia il suo discorso

WASHINGTON, STATI UNITI – Il discorso televisivo di giovedi del presidente egiziano Hosni Mubarak, che ha rifiutato di dimettersi, ha lasciato tutti di stucco, incluso il presidente americano Barack Obama e i suoi servizi di intelligence, sicuri che il rais avrebbe annunciato la sua uscita di scena.

Il direttore della Cia Leon Panetta non ha celato scontento per il ”buco” preso dai suoi agenti, e altrettanto scontento si è detto il direttore della National Intelligence James Clapper, il quale però, come parziale giustificazione, ha aggiunto parlando al Congresso che ”non siamo veggenti”.

Come che sia, l’ostinazione di Mubarak di restare al potere pone l’amministrazione Obama davanti ad una difficile scelta: rompere definitivamente col rais o assecondare le sue promesse di una ”transizione ordinata” che però ormai potrebbe essere non più possibile. Mubarak ha fatto di colpo crollare i tentativi degli Stati Uniti di al contempo appoggiare le richieste dei dimostranti e contribuire alla stabilità del Medio Oriente, dove Paesi arabi governati da autocrati ora temono il ”contagio” egiziano.

”La Casa Bianca deve ora mettere tutte le sue carte sul tavolo”, ha dichiarato Thomas Malinowski, il direttore washingtoniano di Human Rights e tra i consiglieri che hanno collaborato con la Casa Bianca nel cercare di dipanare il bandolo egiziano. ”Qualunque tipo di carte ha in mano – ha precisato – questo è il momento di giocarle”.

A ridosso della ”sorpresa Mubarak”, l’amministrazione ha fornito scarsi segnali sull’intenzione di cambiare politica. Pur definendo insufficienti le promesse del rais, non ha rilasciato nessuna diretta sollecitazione perchè si dimetta, anche se in un comunicato la Casa Bianca ha chiesto a lui e al suo governo di spiegare ”chiaramente e senza ambiguità” i modi ed i tempi della transizione  verso un nuovo assetto politico, affermando inoltre che ”l’America farà tutto il possibile per appoggiare l’avvento in Egitto di una genuina democrazia”.

I caotici avvenimenti di giovedi hanno così rimesso in discussione gran parte della strategia americana per affrontare la crisi egiziana. Per molti giorni l’amministrazione aveva contato sul vice-presidente Omar Suleiman come artefice del processo di transizione una volta uscito di scena Mubarak. Ma, con notevole sorpresa degli americani, Suleiman si è schierato senza esitazioni col rais, sollecitando i dimostranti a lasciare la piazza Tahrir, tornare al lavoro e smettere di guardare le Tv satellitari straniere.

Questa stravagante dimostrazione di fedeltà pone termine a qualsiasi possibilità che Suleiman possa svolgere il ruolo di onesto mediatore nel gestire la transizione, cosa su cui gli Stati Uniti contavano, anche per i buoni rapporti che avevano con lui, sviluppatisi quando era capo dei servizi segreti egiziani.

”L’amministrazione Obama riteneva che Suleiman potesse gestire imparzialmente e ordinatamente il processo di transizione”, ha dichiarato Martin Indyk, direttore del settore politica estera del think-tank Brookings Institution. ”Ma ora – ha proseguito – ha sollevato parecchi dubbi tra chi pensava che si fosse convertito alla democrazia, e agli occhi dei dimostranti è evidente che Mubarak l’ha trascinato con sè”.

La ”sorpresa Mubarak” pare abbia colto impreparati gli stessi militari, che in un primo tempo sembravano concordi sulla necessità delle sue dimissioni. Ora anche loro, rilevano certi osservatori, si trovano in una posizione difficile, tipo tra l’incudine e il martello. Afferma in proposito Andrew McGregor, del centro di ricerca Jamestown Foundation di Washington, e autore del libro La Storia Militare dell’Egitto Moderno. ”I militari sono attualmente presi tra Mubarak e i dimostranti -dice – ed è difficile prevedere come reagiranno. Nel caos imperante, per la prima volta penso che esista la possibilità di una spaccatura nell’esercito”.