Usa, elezioni midterm. Un referendum su Obama nello scontro tra democratici e repubblicani

Pubblicato il 1 Novembre 2010 11:52 | Ultimo aggiornamento: 1 Novembre 2010 11:58

Il presidente Obama in campagna eletorale

Dopo mesi di schermaglie in certi casi assai dure tra i candidati repubblicani e democratici, martedi gli americani si recheranno a votare (milioni lo hanno già fatto) nelle elezioni midterm che in primo luogo decideranno se i democratici manterranno il controllo della Camera dei Deputati e del Senato.

Tutti i sondaggi assegnano ai repubblicani la vittoria alla Camera e forse anche al Senato. E a parte il risultato immediato, la consultazione, se davvero fosse un disastro per i democratici, renderebe più problematica la rielezione del presidente Barack Obama alle presidenziali del 2012. Alcuni stati sono particolarmente importanti per i democratici, ad esempio l’Ohio, dove potrebbero cedere ai repubblicani sei seggi della Camera.

Entrambi i partiti hanno chiuso le loro campagne lunedi sera con un diluvio di interviste, discorsi e spot televisivi. Per Obama – la cui fiacca popolarità gli ha consigliato di non recarsi in certi stati più massacrati dalla crisi economica, mandandoci in sua vece il vice-presidente Joseph Biden – le accuse più ricorrenti dei repubblicani sono quelle di essere un dilapidatore di risorse federali e di seguire la tradizionale linea democtatica di un governo interventista negli affari dei cittadini.

I democratici hanno risposto affermando che se il Grand Old Party (GOP), i republicani, conquistassero il Congresso (Camera e Senato) la loro politica sarebbe di favorire le corporazioni e i ricchi, con disastrosi risultati per la classe media.

Le elezioni rinnoveranno l’intera Camera, 36 seggi senatoriali e 36 governatorati statali. Se da un lato i democratici sembrano ormai rassegnati a perdere la loro maggioranza alla Camera, non lo sono affatto per quanto riguarda il Senato. Secondo una indagine fatta dal Times di Londra il Senato è in bilico: se i repubblicani riusciranno a vincere in cinque stati-chiave – Colorado, Illinois, Nevada, Pennsylvania e Washington – la magioranza democratica evaporerà.

Il presidente Obama, pur tenendosi lontano dagli stati dove è più bassa la sua popolarità nel timore di ”contagiare” i candidati locali, non si è risparmiato, aiutato in questo da due anziani cavalli da battalia democratici: il suo vice Biden, e l’ex-presidente Bill Clinton, che è riuscito a far dimenticare scandali e politiche sbagliate diventando un beniamino del pubblico.

C’è gente che ai suoi comizi si è presentata con bottoni e cartelli proclamanti ”ci manca la pace, la prosperità e Bill clinton”. L’accusa più infamante lanciata da Obama ai suoi avversari è di aver provocato la Grande Recessione.

Un’incognita in queste elezione è rappresentata dal movimento conservatore Tea Party, che vuol fare piazza pulita di deputati e senatori, democratici e repubblicani, che secondo loro non meritano il loro mandato. Il movimento, populista, conservatore e libertario, non ha una leadership ma vive solo per agregazione volontaria dei suoi membri.

Gli obiettivi del Tea Party includono, ma non solo, la riduzione del ruolo governativo, la riduzione delle tasse, la riduzione delle spese inutili, la riduzione del debito interno, del bilancio federale la lotta alla disoccupazione che cavalca sul 9,6 per cento, e la stretta osservanza della Costituzione.

Con la riforma sanitaria e le nuove regole per Wall Street, Obama ha scontentato molti elettori e, sotto questo punto di vista, le elezioni di domani dimostreranno  quanto si è logorata la sua popolarità dai giorni gioiosi di inizio mandato, quando era alle stelle.  Naturalmente i democratici lo negano, ma sono in molti i commentatori che definiscono le midterm elections di martedi un referendum su Obama