Erdogan padrone Turchia: 50%. Esplode rabbia curda

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 Novembre 2015 17:13 | Ultimo aggiornamento: 2 Novembre 2015 12:36

ISTANBUL – La Turchia torna nelle mani del premier Recep Tayyip Erdogan. Nulla scalfisce la sua popolarità: né le repressioni della polizia, né gli attentati, né la questione curda e nemmeno le operazioni repressive di chiusura di giornali e tv ostili al suo dominio. Perché, dal 2002 a oggi, quasi ogni volta che i turchi votano finisce così: con un trionfo di Erdogan.

E sembra così anche oggi 1 novembre: il partito Akp del presidente Erdogan sfiora il 50% dei voti e ottiene la maggioranza assoluta dei seggi, 315. Gliene mancano 15 per poter fare da solo anche le riforme costituzionali (ne servono 330) ma resta il dato politico del trionfo. Anche perché allo stesso tempo calano tutti i partiti di opposizione.  Il partito filo-curdo Hdp si ferma al 10,4%, superando così la soglia di sbarramento di pochissimo. Alle elezioni di giugno aveva ottenuto i 13%.  Ma calano tutti i partiti diversi dall’Akp: socialdemocratico Chp ottiene il 25,4% dei voti, pari a 134 seggi, e il nazionalista Mhp il 12%, con 41 seggi. Tutto in una tornata in cui ha votato l’87% degli aventi diritto.

Non appena è stato chiaro il risultato è scoppiata la rabbia curda. Scontri tra polizia e manifestanti curdi sono in corso a Diyarbakir, principale città curda del sud-est della Turchia. I media locali parlano di incendi e barricate nelle strade, dove la polizia avrebbe sparato gas lacrimogeni

Erdogan padrone Turchia: spoglio 50%, maggioranza assoluta

Erdogan padrone Turchia: spoglio 50%, maggioranza assoluta

La Turchia era tornata alle urne dopo appena sei mesi perché a giugno l’Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan aveva perso la maggioranza assoluta per la prima volta dal 2002, anche per lo storico ingresso in parlamento del partito filo-curdo Hdp. E i sondaggi, incerti fino alla fine, davano concreto il rischio di una sostanziale ripetizione del voto di giugno. Invece Erdogan, dai dati, sembra tornare a non aver bisogno di nessuno per governare la Turchia.

Si è votato in un clima di grande tensione dopo la strage del 10 ottobre ad Ankara. A monitorare le urne ci sono stati  i parlamentari osservatori dell’Osce e quelli dell’Assemblea del Consiglio d’Europa, ma la loro presenza nei seggi più caldi sarebbe stata scoraggiata dal governo di Ankara. Nel sud-est sono arrivati invece un gruppo di deputati della Sinistra Europea e circa 500 attivisti invitati dal partito filo-curdo Hdp, che teme per la sicurezza del voto nelle sue roccaforti.

Grande è anche il timore di brogli in tutto il Paese, come dimostra l’esercito di rappresentanti di lista che verrà schierato da tutti i partiti. Un milione dovrebbero essere quelli dell’Akp, mentre 500 mila a testa ne hanno annunciati il socialdemocratico Chp e il nazionalista Mhp. Oltre a loro, ci sono le iniziative civiche di monitoraggio. A partire da ‘Oy ve otesi’ (Il voto e oltre), che ha coinvolto 65mila cittadini. Nei seggi controlleranno i verbali elettorali per confrontarne i risultati con quelli ufficiali attraverso un software ad hoc.

Ma anche sull’operato della più grande organizzazione indipendente turca pesano delle incognite. Sabato pomeriggio il quotidiano di opposizione laica Cumhuriyet ha pubblicato un documento della polizia di Adiyaman, nel sud-est, in cui si istruivano gli agenti a impedire l’ingresso ai volontari di Oy ve otesi. In serata il Consiglio elettorale supremo (Ysk) ha ribadito il loro diritto a entrare nei seggi. Ma il tentativo di bloccare il monitoraggio indipendente dà il polso di una tensione crescente nelle ultime ore. Secondo i sondaggi, l’esito del voto potrebbe essere molto simile a quello di giugno, portando ancora a una coalizione. L’Akp, guidato da Ahmet Davutoglu, è stimato tra il 39 e il 43%, il Chp di Kemal Kilicdaroglu intorno al 25-28% e il Mhp di Devlet Bahceli al 13-15%, mentre l’Hdp sarebbe di nuovo nettamente sopra la soglia di sbarramento al 10%. Ma tutti concordano sul fatto che oscillazioni minime cambierebbero gli equilibri. In 39 collegi contesi anche uno spostamento dell’1% potrebbe modificare la distribuzione dei seggi.