Finché c’è guerra c’è speranza”: conflitti e profitti, uno studio

Pubblicato il 4 Marzo 2011 21:04 | Ultimo aggiornamento: 4 Marzo 2011 21:09

ROMA – La primavera araba, i tumulti mediorientali, la risposta violenta di Gheddafi, le portaerei Usa al largo delle coste nordafricane: in questi giorni analisti, broker, agenti di borsa, mediatori finanziari scorrono nervosamente dispacci e agenzie per capire dove tira il vento. Il motivo è semplice e poco edificante, ma il business è il business: quando c’è aria di guerra gli affari aumentano. Non è una novità, e non serve scomodare Marx e le contraddizioni interne al capitalismo. “Finché c’è guerra c’è speranza” era il titolo di un film con Alberto Sordi, su un rappresentante di armi sempre in viaggio attraverso le mille piccole guerre africane a caccia di clienti. Affaroni, certamente, moralmente ingiustificabili, ma non è questo il caso che vogliamo prendere in esame. La guerra innesca sempre e comunque un ciclo economico che porta grandi ricchezze a chi è in grado di sfruttarle. L’ennesima conferma arriva da “The Economic Effects of Violent Conflict: Evidence from Asset Market Reactions”, uno studio condotto dai ricercatori della Bocconi Massimo Guidolin ed Eliana La Ferrara, pubblicato su Journal of Peace Researche.

Il metodo di ricerca è sviluppato in due fasi. La prima individua “gli extra rendimenti in corrispondenza della settimana di avvio dei conflitti”. La seconda consiste nel “capire se gli effetti dei conflitti sulle principali variabili finanziarie avrebbero potuto essere sfruttati per produrre una superiore remunerazione degli investimenti acquistando o vendendo in modo sistematico le attività finanziarie a seconda della loro reazione media all’avvio di un conflitto”. Il risultato delle ricerche, condotte su 101 conflitti occorsi in un periodo di tempo che va dal 1971 al 2004 (72 interni e 29 internazionali), è che in media “i mercati borsistici nazionali hanno maggiore probabilità di reagire in modo positivo che negativo all’avvio di un conflitto” e che “il mercato borsistico americano è quello che mostra le reazioni più forti e produce extra rendimenti positivi in corrispondenza del 12% dei conflitti analizzati”.

Ovviamente la tesi è tutto fuorché inedita, ma si appoggia a riscontri econometrici e comparativi che agiscono come un sismografo sulle reali fluttuazioni borsistiche. L’impatto economico delle guerre è stato infattianalizzato dagli economisti di ogni epoca e di ogni scuola di pensiero: c’è chi sostiene che esse stimolano la crescita economica e chi invece ritiene che questo legame sia quantomeno dubbio. Solitamente la reazione delle Borse allo scoppio del conflitto è generalmente positiva, in quanto mette fine alla fase d’incertezza che per i mercati rimane sempre il nemico più temuto. Successivamente la Borsa registra rialzi o ribassi in funzione della sua durata e/o della sua evoluzione più o meno positiva. Ci sono naturalmente le eccezioni: in occasione della Seconda guerra mondiale la risposta del Dow Jones fu dapprima negativa e poi – dal 1942 in avanti – molto positiva. Nel caso invece della guerra di Corea, del Vietnam e della prima Guerra del Golfo, la reazione della Borsa allo scoppio della guerra fu positiva (addirittura euforica in quella del 1991).

E gli ultimi eventi occorsi in Libia? “Dal momento che la nostra ricerca fa riferimento alla data ufficiale di inizio di un conflitto”, afferma Guidolin, “il caso libico sembra però vicino allo schema medio. La Borsa italiana, la scorsa settimana, è crollata alla notizia dei violenti scontri, dopo che simili situazioni si erano risolte in modo più pacifico in altri paesi dell’area ma prima che una guerra civile fosse ufficialmente scoppiata. Questa settimana, al formalizzarsi di un’opposizione e della spaccatura del paese in due, le Borse si sono riprese”. Ma attenzione avverte Guidolin: “si tratta di effetti medi, sui quali non si può fare affidamento nelle decisioni d’investimento legate a un singolo episodio”.

Comportamenti più diversifiicati si possono invece osservare nei mercati delle materie prime. “La reazione di un indice che comprende tutte le commodity – scrivono Guidolin e La Ferrara – è positiva nel 6,9% dei casi e negativa nel 4,9% (dal momento che gli autori usano dei test al 5%, i coefficienti al di sotto del 5% potrebbero essere attribuiti al caso), ma ci sono molte eccezioni, compresa la forte reazione dei future sul petrolio all’avvio di conflitti in Medio Oriente, che è negativa nel 45,5% dei casi e positiva nel 27,3%». Il risultato, osservano i due studiosi, «conferma una tendenza generalizzata del mercato ad accumulare posizioni lunghe nella commodity a fronte dell’incertezza sull’offerta futura di petrolio. Quando i conflitti in Medio Oriente effettivamente scoppiano, scompare la domanda in eccesso motivata dalle pressioni speculative e i prezzi dei future sul petrolio scendono”.

I tassi di cambio del dollaro seguono uno schema simile perché l’accumulo di riserve liquide di dollari è una risposta diffusa alla crescente ambiguità che precede l’esplosione di un conflitto.