G8/ Accordo sulle parole, non sui numeri. Salta l’intesa sul clima. Una “Bozza” piena di buone intenzioni e vuota di soluzioni

Pubblicato il 8 Luglio 2009 17:11 | Ultimo aggiornamento: 8 Luglio 2009 17:33

Fino a che si tratta di parole, anche belle e impegnative, l’accordo c’è ed è già scritto nella “Bozza” di risoluzione finale del G8. Ma appena tocca ai numeri, l’accordo non c’è più e all’accordo si rinuncia, si retrocede ad una generica intesa di massima. Si voleva, si sperava che tutti si impegnassero a ridurre le emissioni di gas serra del cinquanta per cento rispetto alle attuali quantità entro l’anno 2050. Si era provata a tracciare una mappa per raggiungere l’obiettivo: i paesi industrializzati e ricchi avrebbero ridotto dell’ottanta per cento le loro emissioni, le nuove economie emergenti e potenti avrebbero ridotto del 5 per cento. Niente da fare, Cina e India hanno detto di no con l’argomento: prima riducete voi ricchi, poi rallentiamo, eventualmente, noi. Risultato: il G8 si regala una promessa vaga. Impegno, si fa per dire, a contenere il riscaldamento globale del pianeta entro due gradi centigradi sopra. Sopra cosa? Sopra una cosa incerta e indistinta come “il livello di temperatura pre industriale”.

Nessuno può dire con certezza quale sia questo livello, ognuno può fissarlo dove vuole e, comunque, nessuno è responsabile dell’eventuale mancato obiettivo. Dunque sul clima, e quindi sull’intera questione della riconversione dell’economia a nuove fonti energetiche, l’accordo non c’è. Al suo posto un’intesa di comodo e simulata.

Ci sono invece nella “Bozza” le buone parole e le buone intenzioni. Alcune perfino ovvie, fin quasi banali. La situazione economica resta “incerta”, anche se non peggiora. No news, good news, ma non c’era bisogno di un G8. Guerra dichiarata al protezionismo economico, ma l’avevano già detto, salvo patteggiare qua e là, spesso e volentieri con le rispettive Confindustria e sindacati. Perché il protezionismo soffoca l’economia ma produce consenso. Invito e impegno alla “sostenibilità fiscale”, cioè a non spendere altre montagne di denaro pubblico e accenno alle “strategie di uscita”, cioè al fatto che il debito qualcuno prima o poi dovrà ripianarlo, appunto per via fiscale e inflattiva. Ma, in in fondo, null’altro si sono detti e hanno scritto che: stiamo attenti.

E anatema poi contro evasione e paradisi fiscali. Ci sarebbe mancato altro che avessero detto e scritto il contrario. Però, come il G8 sa bene, l’evasione non si ferma con le ferme condanne e la speculazione finanziaria che poi porta il bottino nei paradisi fiscali non la si ferma alla frontiera, che non esiste, dei capitali. Le si rende la vita difficile solo se si dichiara fuori legge alcuni comportamenti a azioni finanziarie finora perfettamente legali. Tutta la “Bozza” è dunque una mappa dettagliata di quel che si deve fare, il come farlo non c’è. Sono segnati e segnalati i punti di arrivo, il percorso non è tracciato. Una mappa che può servire e serve a non cadere in nuovi trabocchetti, ma che non porta al “tesoro” di una nuova stabilità dei mercati e una ripartenza solida della produzione di ricchezza e dei consumi. Bicchiere assolutamente mezzo vuto, anche se lucidato alla perfezione. Ma più pieno di così non poteva essere, nessuno dispone oggi dell’acqua per colmarlo fino ad oltre la metà, figuriamoci all’orlo.