La visita di Gheddafi e i silenzi di Berlusconi anche con Napolitano

Pubblicato il 1 Settembre 2010 9:12 | Ultimo aggiornamento: 1 Settembre 2010 9:59

Muhammar Gheddafi

Il presidente Giorgio Napolitano non sapeva della visita di Muammar Gheddafi, almeno fino alla partenza del colonnello libico dall’aeroporto di Ciampino. Probabilmente è passata inosservata, ma potremmo essere davanti a una crisi nei rapporti istituzionali.

Hostess, cavalli e cerimoniali si sono dileguati a Roma con la dipartita di Gheddafi. Ora si riguarda indietro, alle sparate del leader di Tripoli e ai silenzi del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

L’uno ha fatto il suo show, riconfermandosi nelle vesti di Michael Jackson della politica internazionale, come lo hanno definito i media americani. L’altro si è risparmiato commenti, battute e persino una nota al Quirinale fino all’ultimo momento, così come ha fatto la Farnesina, per informare della visita di Gheddafi in Italia, la quarta in un anno.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha saputo nulla fino alla partenza del leader della Jamahiriya. «Una scortesia commessa nei confronti del Quirinale», scrive Franco Venturini sul Corriere della Sera. Ma forse c’è qualcosa in più di un semplice disguido.

In effetti questa volta non c’è stato nessun incontro programmato con il presidente e il premier invece si è scelto un ruolo insolito:

«Berlusconi non si è mosso, e per una volta la sua è stata una colpa di passività: niente limiti ragionevoli indicati ai libici nella preparazione del viaggio, niente risposte, amichevoli ma risposte, alle ripetute sparate dell’ospite. Anche così, per omissione, si può mancare alla forma e alla misura. Ma Gheddafi, in realtà, tra gli interlocutori dell’Italia ha il privilegio di fare eccezione», commenta il Corriere della Sera.

Negli ultimi anni l’Italia ha cambiato rotta nei rapporti con la Libia:  Massimo D’Alema prima come ministro degli Esteri del governo Prodi e Berlusconi poi hanno aperto a Tripoli. La politica nostrana ha accantonato il ricordo dei pubblici elogi di Gheddafi al terrorismo, l’attentato di Lockerbie e le altre ‘macchie’ del leader libico. Passate le ferite colonialiste, «il pagliaccio» e «il cane pazzo» (sono alcuni degli appellativi dati al colonnello libico dagli Usa), è diventato un “amico” per l’Italia, tanto che nel 2008 Roma e Tripoli hanno firmato un Trattato di Amicizia. Nel calendario libico la giornata della vendetta contro gli italiani (24 ottobre) è stata cancellata. I rapporti economici prima di tutto, tanto che il premier ha preferito tacere sulle provocazioni di Gheddafi di riempire l’Europa di migranti se non si rispettano le condizioni libiche (alto prezzo compreso).

C’è un però, ricorda il Corriere della Sera: «Con altri il Presidente del Consiglio silenzioso di sicuro non è. I rapporti con l’America sono ottimi e non potrebbero essere diversi, né Berlusconi vorrebbe che fossero diversi. Ma allora, che senso ha tifare fuori tempo per l’amico Bush e abbandonarsi poi alle ormai storiche battute sugli Obama «abbronzati», unico in Occidente a non percepire l’estrema sensibilità del tasto razziale negli Usa?…Perché cadere nell’eccesso di un rapporto personale perfettamente acritico con quel Putin che due giorni fa ha giustificato le manganellate ai dissidenti e il dubbio processo a Khodorkovsky?».