Giordania, colpo di stato sventato: sospetti su aiuti Usa e Israele

di Caterina Galloni
Pubblicato il 24 maggio 2019 6:00 | Ultimo aggiornamento: 23 maggio 2019 23:51
Giordania, sventato colpo di stato contro re Abdulla II

Giordania, colpo di stato sventato: sospetti su aiuti Usa e Israele

ROMA – Colpo di Stato sventato in Giordania. Il re Abdullah II ha azzerato il Governo, cambiato il capo dei servizi segreti, potendo invece contare sulla lealtà delle forze armate. Nubi di burrasca si addensano intanto sul piano per la pace in Palestina ideato dal presidente americano Donald Trump e messo a punto dal genero Jareed Kushner. Il piano è ancora segreto  nei dettagli. Sarà annunciato in una due giorni intitolata “Pace per prosperare” che si terrà a Barhein il 25 e 26 giugno. 

La mossa di re Abdullah II sembra collegata con il piano di Trump e confermare che il golpe era orchestrato dagli Usa e da Israele per favorire l’accettazione da parte giordana del piano di Trump, pomposamente e un po’ troppo ottimisticamente definito “l’accordo del secolo”. Il 18 aprile 2019 il giornale kuwaitiano Al-Qabas ha rivelato la cospirazione mirata a destabilizzare la Giordania, ha citato la sua fonte della sicurezza e personaggi politici giordani noti e annunciato un piano pericoloso per destabilizzare il regno hashemita e scatenare rivolte tra la popolazione giordana.

Secondo il report, la trama è stata ordita da diverse persone. Tra loro c’è un uomo d’affari condannato per corruzione e sposato con la zia di re Abdullah, un componente ad alto livello dei servizi di sicurezza, membri del parlamento e dei media. A distanza di due settimane circa, il re Abdullah ha iniziato a prendere provvedimenti per stanare i cospiratori fuori dal palazzo reale e il servizio segreto giordano Mukhabarat.
Il 1 ° maggio 2019, Petra, agenzia di stampa giordana, ha riferito che re Abdullah ha ordinato il pensionamento del generale Adnan al-Jundi, direttore del servizio di sicurezza giordano e, nominato dal sovrano, è subentrato il generale Ahmad Husni Hassan. 

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Alcuni giorni prima, diversi consiglieri di alto livello del palazzo reale hanno presentato le dimissioni a re Abdullah. Il motivo, la presunta cospirazione. Il re ha nominato due nuovi consiglieri, Bashar al-Khasawneh è il più importante e considerato un brillante diplomatico.
In una dichiarazione rilasciata dall’agenzia di stampa Petra, il re Abdullah ha indirettamente confermato che c’è stato ed è fallito, un tentativo di destabilizzare il suo regime.

“Ci sono diverse fazioni che non vogliono che le cose qui vadano bene. Stanno lavorando per danneggiare la sicurezza e la stabilità della Giordania”, ha detto il re, il quale ha inoltre confermato che ci sono stati problemi all’interno dei servizi di sicurezza giordani:”Gli interessi personali erano state posti al di sopra del bene comune e per cambiare la situazione siamo stati costretti a prendere  provvedimenti immediati”. 

Uno degli obiettivi del piano era indebolire il primo ministro Omar al-Razaz. Un altro era stimolare l’opinione pubblica con false notizie riguardanti le nomine nel servizio civile. I leader della cospirazione volevano inoltre incoraggiare i membri della tribù beduina, disoccupati, a manifestare di fronte al palazzo reale, indebolendo così la popolarità del regime. I cospiratori hanno anche cercato di raggiungere il movimento dei Fratelli Musulmani per reclutare attivisti che partecipassero a manifestazioni contro il regime. Il piano era di portare a termine questi obbiettivi mentre il re Abdullah era all’estero. 

La fragilità della Giordania di fronte all’affare del secolo con il presidente Trump è stata messa in luce dalla cospirazione. L’accordo, ancora non reso noto, minaccia la stabilità del regno hashemita. Ci sono alti funzionari che stanno tentando di sfruttare la situazione per tornaconto personale. Re Abdullah ha sottolineato: “I servizi di sicurezza sono riusciti ad affrontare tutti coloro che hanno tentato di interferire con i principi della costituzione giordana. Hanno affrontato chi ha sfruttato il difficile momento che stiamo attraversando”. 

In Giordania molti ritengono che questi passi siano stati compiuti in vista della brutta notizia sull’accordo. I dettagli non sono noti ma il re teme che possa includere parti che potrebbero trasformare la Giordania in uno stato subordinato. I funzionari dell’intelligence spodestati erano sostenitori dell’accordo e si sospettava che Stati Uniti e Israele li stessero “gestendo” per modificare la posizione di Abdullah rispetto alla proposta degli Stati Uniti. 

La tensione tra il re e i servizi di intelligence è una componente permanente dell’equilibrio interno di forze, ma questa volta sembra che l’iniziativaa fosse anche destinata a trasmettere un messaggio chiaro e inequivocabile all’amministrazione Trump e forse a Israele, la cui cooperazione militare con la Giordania rimane vicina ma il cui rapporto diplomatico soffre di profonde crepe. Nei mesi scorsi sono venute alla luce le dure critiche interne contro il re e l’erede al trono, formulate dai membri della tribù beduina giordana.

Il generale Ahmad Husni, il nuovo direttore del servizio di sicurezza, in una lettera che ha pubblicato dopo la nomina ha scritto che avrebbe “protetto i diritti umani, ma sarebbe stato determinato a difendere i principi della costituzione giordana”. Il 2 maggio, il capo dell’esercito giordano, il feldmaresciallo Mahmoud Farihat, ha riferito al re Abdullah  che l’esercito giordano, i servizi di sicurezza e tutte le istituzioni nazionali non “accetteranno imposizioni e minacce sull’accordo del secolo del presidente Trump”. 

Farihat ha avvertito che coloro che sognano di sconvolgere il regime e di rovesciarlo per l'”l’accordo del secolo” di Trump incontreranno la resistenza dell’esercito giordano. Re Abdullah si sta preparando a una situazione difficile, sia dal punto di vista politico che di sicurezza, che potrebbe scoppiare in Medio Oriente dopo la diffusione dell’accordo, in un momento in cui la Giordania sta ancora vacillando e il governo guidato da Omar al-Razaz non è riuscito a superare le difficoltà economiche. 

Da qui la preoccupazione del sovrano che alla fine del mese di Ramadan ci siano nuove manifestazioni contro la difficile situazione economica e le pesanti tasse e dovrà cercare un nuovo capro espiatorio così che la rabbia dei cittadini non sia rivolta contro di lui. I palestinesi tornati di recente dalla Giordania in Cisgiordania sostengono che la situazione economica sia invivibile, il mercato è vuoto e deserto e la sensazione che prevale è quella dell’austerità. Il denaro contante scarseggia.