1993: Accordi di Oslo tra Israele e palestinesi, ”grande speranza” fallita

Pubblicato il 10 settembre 2013 11:22 | Ultimo aggiornamento: 10 settembre 2013 11:22
Shimon Peres e Yasser Arafat si stringono la mano davanti a Bill Clinton

Shimon Peres e Yasser Arafat si stringono la mano davanti a Bill Clinton

TEL AVIV, ISRAELE – La “grande speranza” mai divenuta realtà: è questo, a distanza di due decenni, il ricordo degli Accordi di Oslo, firmati ormai 20 anni fa – il 13 settembre 1993 – in una cerimonia a Washington da Shimon Peres per Israele e da Yasser Arafat a nome dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Momento storico di cui resta l’immagine dei due firmatari e dietro di loro, del primo ministro israeliano, Yitzhak Rabin, e dei garanti: il presidente Bill Clinton, il segretario di Stato, Warren Christopher, il ministro degli esteri russo, Andrei Kozyrev. Ma di cui resta soprattutto l’istantanea della celebre stretta di mano fra Arafat e Rabin, destinati di là a qualche tempo entrambi alla morte.

Il lavoro che permise quell’epilogo fu quasi tutto riservato: cominciato due anni prima, nel 1991, alla Conferenza di Madrid, passò poi per Londra e altri appuntamenti, per arrivare nella capitale norvegese grazie all’abile lavoro diplomatico del ministro degli esteri della Norvegia, Johan Jorgen Holst, e dei suoi collaboratori. Infine l’approdo alla Casa Bianca. Obiettivo degli accordi – i cui architetti da parte israeliana furono Yossi Beilin, Ron Pundak e lo stesso Peres, e da parte palestinese, assieme ad Arafat, l’attuale presidente dell’Autorita’ nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen (Mahmud Abbas) – era ovviamente la pace tra le due parti.

I punti cardine, il ritiro delle forze israeliane da aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, il diritto palestinese all’autogoverno tramite l’Anp, che nacque proprio allora. Volutamente in quel momento furono lasciati fuori i temi spinosi di Gerusalemme, dei rifugiati palestinesi, degli insediamenti israeliani nell’area, della sicurezza e dei confini: nodi che tuttavia avrebbero dovuto essere affrontati – questo l’impegno – in un momento successivo. A incorniciare l’intesa, il rispettivo riconoscimento tra Israele e Olp: il primo accoglieva quest’ultima come legittimo rappresentante del popolo palestinese, mentre l’Olp, che si impegnava al rifiuto della violenza e della distruzione di Israele, accettava il diritto all’esistenza dello stato ebraico.

L’intesa – in attesa che trattative successive portassero ad uno status finale – stabiliva fra l’altro la suddivisione di Cisgiordania e Striscia di Gaza in tre Zone: A, sotto pieno controllo dell’Autorità palestinese; B, sotto controllo civile palestinese e controllo israeliano per la sicurezza; C (a forte presenza di insediamenti di coloni), sotto pieno controllo militare israeliano. Seguivano poi una serie di ”allegati”.

Molte delle speranze sollevate, sopratutto sul fronte del consolidamento degli accordi e dei progressi successivi, sarebbero rimaste tuttavia sulla carta. Nell’uno e nell’altro schieramento furono molti gli oppositori. Yitzhak Rabin – che, insieme ad Arafat e Peres, nel 1994 fu insignito per quell’intesa del Nobel per la Pace – pago’ il prezzo più alto di lì a non molto: additato come un traditore nelle piazze della destra israeliana, fu assassinato nel novembre del 1995 dall’estremista ebreo Ygal Amir. Da parte palestinese, Fatah – il partito di Arafat e Abu Mazen – accetto’ gli accordi, ma non fu lo stesso per Hamas, la fazione islamica dello sceicco Ahmed Yassin destinata a prendere anni dopo con la forza il controllo della Striscia di Gaza, ne’ per la Jihad islamica, cardini del ‘Fronte del rifiuto’ contro Israele.

E neppure termino’ l’ondata di attentati palestinesi nello stato ebraico che anzi conobbero un salto di qualita’ con il terrorismo suicida. Ne sarebbero seguite la seconda intifada, la contestata costruzione della barriera di divisione fra Israele e Cisgiordania voluta dal governo Sharon all’interno dei Territori e una lunga sequela di tentativi abortiti di far riprendere i negoziati. Fino al gelo degli ultimi tre anni, segnati da nuovi progetti di allargamento delle colonie varati dagli ultimi governi Netanyahu, e alla recentissima, faticosa ripresa dei colloqui di queste ultime settimane con la mediazione Usa.

Colloqui che, pur impregnati di scetticismo e incertezza sull’esito finale, non possono tuttora prescindere, nel giudizio di molti analisti, da quanto scaturito dalle intese di Oslo e dalla loro eredita’ politica. Anche alla luce della dottrina americana, ribadita dal presidente Barack Obama e dal segretario di stato John Kerry, secondo cui l’unico motore di un auspicato riavvio del processo di pace, resta l’obiettivo di allora: ‘Due popoli, Due Stati’.