Hong Kong, la governatrice Carrie Lam ritira la legge sulle estradizioni in Cina. Ma per gli attivisti è “troppo poco, troppo tardi”

di redazione Blitz
Pubblicato il 4 Settembre 2019 21:45 | Ultimo aggiornamento: 4 Settembre 2019 21:45
La governatrice di Hong Kong Carrie Lam

La governatrice di Hong Kong Carrie Lam (Foto Ansa)

HONG KONG  –  Alla fine, dopo quasi tre mesi di manifestazioni e scontri con la polizia, la protesta ha vinto. Ma questa vittoria, arrivata a così caro prezzo, ormai non basta più. La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, ha ritirato la legge sulle estradizioni in Cina per gli arresti più gravi nell’ex colonia britannica. Ma ai manifestanti ora non basta.

L’annuncio fatto in un video preconfezionato di 8 minuti, diffuso nel pomeriggio di mercoledì 4 settembre dai media del territorio autonomo dopo l’incontro della Lam con i deputati pro-Pechino e con alti rappresentanti della Cina, è servito a testare subito gli umori degli attivisti. Dai commenti sui social media è emersa la delusione per una mossa “tardiva” e insufficiente, che elude le altre richieste.

La governatrice ha citato quattro punti per far ripartire il dialogo: il ritiro della contestata proposta normativa, temuta come strumento per estradare in Cina oppositori politici anche stranieri; il pieno sostegno all’Ipcc, l’organismo che ha il compito di fare luce sui reclami contro l’operato della polizia dell’ex colonia; la disponibilità sua e del suo gabinetto ad avviare incontri con le comunità locali e “capire lamentele e trovare soluzioni”. Infine, un rapporto indipendente sulle cause delle principali questioni sociali che affliggono la città.

“Troppo poco, troppo tardi”, ha sferzato su Twitter Joshua Wong, l’ex leader del movimento degli ombrelli del 2014, bocciando l’offerta prima ancora che fossero completi i suoi contorni. “Di fronte alla brutalità della polizia la gente di Hong Kong continuerà la protesta”, ha detto.

La legge sarà depennata con una mozione alla prima seduta del Consiglio legislativo alla riapertura dei lavori di ottobre, lasciando inevasi gli altri punti: le dimissioni della Lam, il suffragio universale per eleggere governatore e parlamento locali, un’indagine indipendente sulla condotta della polizia e la cancellazione delle accuse agli arrestati durante le proteste, saliti in quasi tre mesi a più di 1.200 persone.

Sul suffragio universale, la Lam ha detto che “il dibattito dovrebbe essere condotto in modo pragmatico e in un’atmosfera pacifica”. Sull’amnistia per gli arrestati, la chiusura è stata totale: “E’ inaccettabile per ogni città che vanti lo stato di diritto, le violazioni accertate saranno perseguite”.

Il Civil Human Rights Front, il gruppo che ha mobilitato fino a due milioni di persone, ha messo in guardia dall'”errore di valutazione politica” in assenza di una visione complessiva. La risposta “è una buona partenza”, ma nessuno potrebbe accettare che si trascuri il resto, ha commentato il leader Jimmy Sham, anticipando un nuovo raduno entro fine mese. “La campagna non finirà”, ha promesso anche Kex Leung, presidente dell’associazione degli studenti della Education University. “Non credo che il movimento si placherà in un istante. Non credo che la Lam abbia scelto una buona tempistica perché è troppo poco e troppo tardi”.  Le ferite stanno “ancora sanguinando, la Lam non può pensare di cancellare la legge. Il gesto è insufficiente”, ha commentato Claudia Mo, deputato pan-democratico.

Tra i bersagli delle proteste sale la polizia accusata di brutalità: non c’è corteo senza un’invettiva contro i “cani”, termine dispregiativo con cui sono chiamati gli agenti, un tempo tra i corpi di polizia più rispettati al mondo.

Joshua Wong, intanto, si è appellato alla cancelliera tedesca Angela Merkel chiedendo il suo sostegno in vista della visita in Cina di venerdì e sabato prossimi. 

Fonte: Ansa