Hong Kong. In migliaia per le strade contro i diktat di Pechino

Pubblicato il 1 settembre 2014 16:30 | Ultimo aggiornamento: 1 settembre 2014 16:30
Manifestanti a Hong Kong

Manifestanti a Hong Kong

HONG, KONG – Più di cinquemila persone sono scese in piazza domenica sera a Hong Kong davanti alla sede del Governo locale per ribellarsi contro le limitazioni elettorali imposte da Pechino.

Hanno paralizzato Central, il cuore finanziario di Hong Kong, nel quale si trovano gli uffici delle banche internazionali e delle società multinazionali di tutto il mondo, dopo la decisione, annunciata da Pechino, che prevede che il capo del governo locale venga sì eletto a suffragio universale ma che i candidati non possano essere più di tre: e soprattutto che questi saranno scelti da un apposito comitato di saggi, fedelissimi a Pechino.

Fino a oggi il “chief executive” (capo del governo) di Hong Kong è stato scelto da un comitato elettorale di 1.200 persone nominate da Pechino, ma proprio sabato il Comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, l’organismo al quale spetta l’ultima parola sulla vita politica dell’ex colonia britannica, ha deciso dopo una settimana di riunioni che sarà lo stesso comitato elettorale a nominare “due o tre candidati”, che dovranno avere l’appoggio di oltre la metà dei suoi membri. E anche se il nuovo sistema deve ancora essere approvato dal mini-Parlamento di Hong Kong, il Consiglio Legislativo, i movimenti democratici sono sul piede di guerra e sono scesi nuovamente per le strade.

Una delle giornate più nere e dolorose per il movimento democratico di Hong Kong, come in molti hanno sostenuto, paragonando la situazione a quella della Corea del Nord. Sabato sera per le strade dell’ex colonia britannica, tornata dal 1997 sotto il controllo cinese con lo status di Speciale Regione Amministrativa (Sar) della Cina, c’erano anche gli studenti delle scuole superiori e gli universitari. Hanno cercato tra l’altro di raggiungere il Grand Hotel Hyatt, dove alloggia un esponente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, Li Fei, in visita a Hong Kong, per esprimere il loro rifiuto alla mancanza di libertà e riforme annunciate oggi dal governo di Pechino.

La massiccia presenza di forze dell’ordine ha però bloccato ogni tentativo di avvicinarsi all’albergo, e gli studenti hanno deciso di indire un sit-in a oltranza. Nei prossimi giorni, fanno sapere i movimenti, le azioni di protesta si estenderanno a scioperi universitari e altre manifestazioni, fino ad arrivare all’occupazione di alcune delle zone nevralgiche della città, al fine di ottenere il suffragio universale, promesso a Hong Kong dagli accordi presi fra Pechino e la Gran Bretagna durante le discussioni sul futuro di Hong Kong dopo il passaggio di sovranità.

Hong Kong, ricorda uno dei leader storici del movimento pro-democrazia, Martin Lee, “non può accettare la democrazia con caratteristiche cinesi, ma vuole una democrazia genuina”. Già a inizio luglio in migliaia erano scesi per le strade per chiedere più democrazia e circa 800 mila persone avevano partecipato a un referendum “simbolico” per chiedere riforme elettorali.

In tutta risposta Pechino ha scelto di inviare i blindati. Da venerdi scorso, denunciano i movimenti, sono stati visti in circolazione nel cuore della città: “un tentativo di intimidazione”, denunciano alcuni parlamentari pro-democrazia. Da Hong Kong a Macao, altro territorio autonomo sotto sovranità cinese, la storia si ripete. Dopo la riconferma del capo dell’esecutivo Fernando Chui, eletto al suo secondo mandato con il 95% dei suffragi dei membri del comitato elettorale pro-Pechino, le proteste davanti all’Assemblea locale non si sono fatte attendere. Gli abitanti dell’ex colonia portoghese si sentono raggirati da Pechino.