Iraq al voto: le violenze sui cristiani, l’appello del Papa e Bush “vincitore”

Pubblicato il 1 Marzo 2010 9:29 | Ultimo aggiornamento: 1 Marzo 2010 9:39

Centinaia di cristiani hanno manifestato domenica a Baghdad e vicino a Mosul. Scopo della marcia era quello di esprimere la loro esasperazione dopo una serie di attacchi mortali contro i cristiani nel nord dell’Iraq. I manifestanti hanno chiesto la protezione delle autorità locali.

Centinaia di persone, fra cui molti religiosi, si sono radunati ad Hamdaniyeh, a 35 chilometri ad est di Mosul. Otto cristiani sono stati uccisi in città il 14 febbraio scorso da uomini armati poi fuggiti. I manifestanti hanno pressato le autorità locali per ottenere giustizia e condurre i responsabili degli omicidi davanti al tribunale di Mosul dove vivono da 15.000 a 20.000 membri della minoranza cristiana.

“Il sangue degli innocenti vi chiama, basta violenze, basta terrorismo”, recitava uno striscione dei manifestanti. “Fermate l’uccisione dei cristiani”, si leggeva su un altro. Un’analoga manifestazione è stata organizzata a Baghdad: centinaia di persone si sono ritrovate in centro per protestare contro le persecuzioni nei confronti dei cristiani. “Fermate l’uccisione dei cristiani”, si leggeva su uno striscione mostrato durante le proteste.

Di appelli per il futuro dei cristiani in Iraq, Papa Ratzinger ne aveva fatti tanti in questi anni, ma mai così forti come quello che si è sentito domenica mattina a San Pietro. «Bisogna ripristinare la sicurezza» ha detto chiaro e tondo, denunciando implicitamente le promesse non mantenute dal governo Maliki che si era impegnato proprio a garantirla. All’Angelus il Papa ha fatto cenno alla «delicata fase politica che sta attraversando l’Iraq». Spetta a chi governa a compiere «ogni sforzo per ridare sicurezza alla popolazione e, in particolare, alle minoranze religiose più vulnerabili». In piazza, mescolati tra la folla, erano presenti una cinquantina di iracheni, con tanto di striscioni che inneggiavano alla libertà religiosa. Un diritto a loro ormai conculcato.

Una situazione complicata in Iraq, specie a pochi giorni dal voto in cui verranno scelti i membri del Parlamento. Una situazione complicata non secondo il settimanale Newsweek, rivista di stampo liberale. “Alla fin fine in Iraq sta vincendo George W. Bush, l’ex presidente degli Stati Uniti”, sostiene il Newsweek, suscitando una certa sorpresa. Accanto al titolo “Finalmente la vittoria, l’emergenza di un Iraq democratico”, si vede l’ex presidente uscire dal campo di visione del fotografo, con i militari alle spalle, mentre cammina sulla portaerei Lincoln verso il suo elicottero. Siamo al primo maggio 2003 e Bush ha appena pronunciato al largo di San Diego, in California, il suo criticatissimo discorso della vittoria sotto uno striscione che recita “Missione Compiuta”, riferendosi ovviamente alle guerra in Iraq, di cui ha dichiarato concluse le principali operazioni belliche.

“Forse non è ancora missione compiuta, ma è un inizio” scrive il settimanale, ricordando che il generale David Petraeus, ex comandante delle truppe Usa nel paese, considerato uno degli artefici del nuovo corso grazie all’intensificazione dell’azione militare quando le cose andavano male, parla di “Iraqacy”, un neologismo che comprende sia la parola Iraq sia la parola democrazia. Più prudente, l’ambasciatore Usa a Baghdad, Chris Hill, che ricorda come “il vero test della democrazia non è tanto il comportamento dei vincitori, quanto quello futuro di chi ha perso le elezioni”.