Iraq, l’incognita del futuro tra violenza etnica e qaedista. Come sarà l’Iraq post-America?

di Francesco Montorsi
Pubblicato il 10 Luglio 2009 11:07 | Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre 2010 16:57

Il ritiro dei militari americane dalle città irachene pone fatalmente dubbi e interrogativi sull’amministrazione militare e politica del futuro Iraq.

Nel momento di maggiore sforzo bellico, l’occupazione americana ha contato fino a 150mila soldati impegnati nella regione. Dopo lo spostamento voluto da Obama di due brigate in Afghanistan, rimarranno solo 50mila soldati, impegnati nell’addestramento di truppe locali e in operazioni di contro-terrorismo. Come previsto da un accordo siglato tra Baghdad e Washington, entro il 2011 anche le ultime truppe partiranno.

Cosa succederà nei mesi dal ritiro americano, già istituzionalizzato come giorno della sovranità nazionale, alla definitiva partenza degli ultimi distaccamenti americani tra tre anni?

Due sono i tipi di violenza contro cui le forze irachene si scontrano, quaedista e interetnica.

Seguendo una tendenza manifestata negli ultimi due anni, il terrorismo di matrice islamica si è attenuato. Nei prossimi mesi, paradossalmente, questa debolezza determinerà forse il lancio di attacchi terroristici. Lo scopo sarà di dimostrare la persistente vitalità dell’insorgenza jihadista. La storia insegna che il terrorismo tenta di riconquistare l’impeto perduto con una maggiore intensità di violenza.

Le violenze interetniche, acuite dall’instabilità della regione e dalla proliferazione di bande criminali, tragicamente determineranno ancora a lungo il quadro politico dell’Iraq. Al Nord specialmente, dove corre una delle “faglie etniche” irachene, la situazione appare difficilmente governabile. Qui, Al Quaeda, e la sua galassia di cellule fondamentaliste, trae vantaggio da una difficile convivenza etnica tra curdi, arabi sunniti e arabi sciiti. Nella regione di Ninive, l’ultimo mese sono morte 94 persone. Particolarmente colpite sono le forze dell’ordine, ormai bersagli di omicidi mirati.

Il capo del governo di Baghdad, lo sciita Maliki, ha politicamente scommesso sul ritiro americano. Ha accelerato il passaggio di consegne per fare leva sul sentimento antiamericano e rafforzare la propria posizione. La posta in gioco è ora delle più alte: se le truppe irachene non controlleranno la violenza fondamentalista e interetnica, l’Iraq precipiterà nella spirale della guerra civile o dell’anarchia.