Israele, niente accordo su Gerusalemme est tra Obama e Netanyahu

Pubblicato il 25 Marzo 2010 20:25 | Ultimo aggiornamento: 25 Marzo 2010 20:25

Reduce da una infelice missione a Washington, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha convocato per domani a Gerusalemme una consultazione urgente con i sei ministri a lui più vicini per definire la reazione israeliana a una lista perentoria di richieste avanzate dal presidente statunitense Barack Obama.

Fra queste, secondo la stampa, il congelamento dei progetti di edilizia ebraica a Gerusalemme est e in Cisgiordania per la durata dei negoziati con l’Anp; una serie di gesti di buona volontà nei confronti del presidente palestinese Abu Mazen; la disponibilità israeliana ad affrontare questioni chiave del conflitto già nella fase iniziale di negoziati indiretti israelo-palestinesi.

Washington, per bocca del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha sottolineato che negli incontri sono stati fatti “progressi su questioni importanti”, mentre il segretario del governo israeliano Zvi Hauser, ha spiegato in serata che il divario tra le posizioni di Netanyahu e Obama “si è ridotto” anche se ancora permangono divergenze di opinione. Hauser ha poi ribadito che Israele non ha intenzione di congelare i propri progetti edilizi a Gerusalemme.

Intanto, però, la stampa locale riferisce allarmata che Obama ha “messo Netanyahu con le spalle al muro”, diversi ministri sembrano oggi pronti ad affrontare l’amministrazione Usa senza cedere terreno. “Gli Stati Uniti sbagliano quando concentrano le loro pressioni su Israele” ha affermato il vicepremier Silvan Shalom (Likud): “L’unico effetto è quello di irrigidire le posizioni dei palestinesi e dunque di allontanare la prospettiva di una qualsiasi trattativa di pace”.

Dopo aver fatto sua la formula dei “due Stati” e dopo aver congelato nuovi progetti edili nelle colonie della Cisgiordania, Netanyahu non può fare ora concessioni anche su Gerusalemme est. “Anche noi abbiamo le nostre linee rosse invalicabili”, ha esclamato. Anche il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, secondo la stampa, ha suggerito a Netanyahu di non cedere alle pressioni americane. Prima di lasciare gli Stati Uniti, il premier ha assicurato che si sforzerà di cercare una via di mezzo che da un lato gli consenta di portare avanti la politica dei governi passati per quanto riguarda Gerusalemme est e gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, e dall’altro di rilanciare i negoziati.

Ma giornalisti israeliani al suo seguito affermano che fra le posizioni di Netanyahu e quelle di Obama esiste ormai un vero “baratro”. «Netanyahu è convinto che l’approccio mediorientale di Obama sia sbagliato, mentre Obama non ha alcuna fiducia in lui”, ha affermato l’inviato della televisione commerciale, Canale 2. Lo stesso presidente Shimon Peres ha detto che “non siamo arrivati a un accordo con gli Stati Uniti”. Da parte sua, l’ex ministro degli Esteri Shlomo Ben-Ami (laburista) ha stimato oggi che non resti alcuna possibilità di dialogo fra l’amministrazione Obama e l’attuale coalizione di governo israeliana, dominata da forze di destra e confessionali.

La sensazione in Israele è che Washington desideri fortemente trovarsi di fronte un nuovo interlocutore israeliano. In altre parole, la “querelle” esplosa su Gerusalemme est sarebbe solo un espediente per costringere Netanyahu a formare una nuova coalizione di governo, oppure andare ad elezioni anticipate. Molta attenzione viene dunque riservata all’atteggiamento del partito centrista Kadima guidato da Tzipi Livni. È indubbio che il suo ingresso nel governo in sostituzione di partiti di destra radicale come ‘Israel Beitenu’ e ‘Shas’, sarebbe visto a Washington con sollievo.

Adesso, secondo la Livni, Netanyahu dovrà dimostrare la propria serietà nei fatti: «Che sciolga dunque la coalizione di governo e ne ricostruisca una nuova, sulla base di un progetto politico ben ordinato. Finché cio non avverrà – ha concluso – non c’é alcuna possibilità che noi entriamo al governo».