John Kelly, ex capo staff Casa Bianca: “18 mesi con Trump? Il lavoro più difficile della mia vita”

di redazione Blitz
Pubblicato il 2 gennaio 2019 15:43 | Ultimo aggiornamento: 2 gennaio 2019 15:43
John Kelly, ex capo staff Casa Bianca

John Kelly (foto Ansa)

WASHINGTON – Il generale John F. Kelly, ex capo dello staff della Casa Bianca silurato da Trump, in un’intervista esclusiva al Times ha raccontato dei suoi rapporti con il presidente, del suo arrivo nell’estate 2017 quando alla Casa Bianca regnava il caos totale.  

Poco dopo la nomina, Kelly aveva indetto riunioni importanti sull’Afghanistan al golf club del presidente Trump a Bedminster, nel New Jersey. I più alti funzionari del Pentagono e della Cia, il direttore dell’intelligence nazionale, diplomatici e legislatori, compreso Kelly non volevano il ritiro delle truppe, alcuni lo invitavano a non arrendersi ma Trump voleva ritirarsi.

Solo dopo l’annuncio della fine del mandato di Kelly, l’8 dicembre scorso, il presidente ha improvvisamente annunciato il ritiro di tutte le truppe americane dalla Siria e metà del 14.000 soldati dall’Afghanistan, due iniziative a cui il generale si era opposto. Il generale, che ha lasciato ieri il suo incarico, ha presieduto anche alcune delle più controverse politiche di immigrazione e sicurezza dell’amministrazione Trump.

I suoi sostenitori dicono che è intervenuto per bloccare o distogliere il presidente su numerosi argomenti, di aver persuaso Trump anche non ritirarsi dalla Nato come aveva minacciato.
Kelly ha dichiarato di aver fatto in modo che prima di prendere una decisione, il presidente avesse accesso a più canali d’informazione, anche se Trump afferma che spesso si affidapiù all’istinto che all’intelligence americana. 

Kelly ha ammesso che aver impegnato 15 ore al giorno con un presidente sommerso da una crisi dopo l’altra, è stato un “duro e difficile lavoro ma andava fatto”. Quasi tutti i giorni si svegliava alle 4 del mattino e tornava a casa alle 21:00. 

Trump spesso chiedeva a Kelly: “Perché non possiamo farlo in questo modo?” ma il generale precisa che non ha mai ordinato di fare qualcosa di illegale. “Se mi avesse detto fallo o sei sei licenziato” si sarebbe dimesso. 

Secondo quanto dichiarato dal generale, Trump lo aveva chiamato alla Casa Bianca per mettere ordine: era un momento tormentato da rivalità tra agenzie, alto turnover del personale e continue polemiche. Kelly ha servito 46 anni nei Marines, dalla Guerra del Vietnam fino alla nascita dello Stato Islamico, diventando così quando è andato in pensione nel gennaio 2016, il generale con maggiore anzianità dei militari statunitensi.

Quando Trump lo ha scelto come capo della sicurezza nazionale, e poi come capo dello staff della Casa Bianca, i funzionari del Pentagono a Capitol Hill hanno espresso la speranza che Kelly fosse uno degli “adulti della situazione” in grado di gestire un presidente volubile. Per i critici, Kelly ha fallito in quel compito, non riuscendo a frenare i tweets furiosi di Trump o a portare ordine nelle decisioni prese dall’amministrazione. 

Peggio ancora, sostengono, ha sostenuto e implementato dure misure di immigrazione, compresa la separazione dei bambini migranti dai loro genitori al confine la scorsa estate, che si sono arenate rapidamente o sono state ribaltate nei tribunali.

Kelly respinge le illazioni secondo le quali Trump era seccato per gli interminabili briefing e limitato l’accesso del personale allo Studio Ovale. Alla fine del 2018, Trump pur definendo Kelly “a great guy” aveva annunciato ai report che avrebbe lasciato l’incarico ma senza dare spiegazioni sulla sua uscita di scena. 

Il 14 dicembre, Trump ha nominato Mick Mulvaney capo di gabinetto ad interim ma persino i critici dell’amministrazione considerano preoccupante la partenza di Kelly, affermano che aveva una spiccata esperienza di sicurezza nazionale e l’integrità e la capacità di opporsi al presidente.

Quando a Kelly è stato chiesto perché fosse rimasto 18 mesi alla Casa Bianca nonostante le differenze politiche, gli scontri, un duro orario e una probabile associazione con alcune delle controverse decisioni di Trump, ha risposto semplicemente: “Dovere. I militari non se ne vanno”.