Guarda alla Libia ma pensa all’Egitto: è lì la minaccia più grande per Obama

Pubblicato il 13 settembre 2012 11:29 | Ultimo aggiornamento: 13 settembre 2012 11:29

protese al CairoROMA – L’assalto all’ambasciata americana a Bengasi e la morte dell’uomo del dialogo, l’ambasciatore Chris Stevens, appare, nonostante le sconvolgenti immagini e l’allerta alle navi da guerra, il problema minore dell’amministrazione Obama: è l’Egitto che spaventa di più, a medio-lungo termine l’incubo del rovesciamento delle speranze della primavera araba potrebbe materializzarsi proprio nel Paese per cui di più si è speso Obama. Un Paese che continua a ricevere 2 miliardi di dollari all’anno dagli americani.

Negli ambienti diplomatici, al dipartimento di Stato, sui maggiori quotidiani non  si parla d’altro. Basta guardare agli scontri degenerati in attentato a Bengasi: l’epicentro della protesta contro il film “L’innocenza dei musulmani” è al Cairo, dove da giorni l’ambasciata è sotto assedio. Rilevava il New York Times di ieri (12 settembre) il ritardo con cui il leader egiziano Morsi ha stigmatizzato gli attacchi alla ambasciata, la debolezza di accenti nel condannarli (l’ha fatto freddamente e solo su Facebook)  e la blanda risposta delle forze dell’ordine. Il giorno dopo le manifestazioni non sono ancora finite.

Morsi è stato costretto a far disperdere la folla ma nel comunicato ufficiale in cui solidarizza con il governo americano non rinuncia a una stoccata poco diplomatica vista la situazione: tenete a bada i vostri di fanatici, citando espressamente Terry Jones, il pastore che bruciava il Corano in piazza. “Noi non aggrediamo nessuno e non accettiamo nessuna aggressione contro i nostri principi sacri. Il Profeta è la linea rossa che nessuno deve toccare”  ammonisce Morsi, uno slogan degno della Fratellanza Musulmana che, come mano tesa offerta dal governo egiziano, inquieta più che rassicurare.

D’altra parte il sostegno offerto da Obama a uno sbocco democratico della crisi egiziana ha avuto come primo effetto proprio quello di difendere l’affermazione ai seggi dei Fratelli Musulmani. E alienarsi l’appoggio di Israele, dell’esercito egiziano, degli stati del Golfo Persico. Con lo stop di Obama alla giunta militare che  in tutti i modi cercava di circoscrivere la portata del voto popolare, Morsi ha ricevuto l’avallo del potente alleato Usa. E a 6 settimane dal voto in America, questa scelta rischia di pregiudicare tutta la sua strategia del dialogo con l’Islam moderato e comprometterne perfino la rielezione.

Né alleato, né nemico, l’Egitto si presenta come un guado complicatissimo da attraversare. L’omicidio dell’ambasciatore Stevens è stata una tragedia, sostiene Robert Malley (direttore delle analisi sul Medioriente ball’International Crisis Group) intervistato dal NYT. Ma sul lungo termine resterà un problema dei libici. “Quello che avviene in Egitto, dall’atteggiamento popolare verso gli Usa, alla situazione economica, alle relazioni tra esercito e Fratellanza Musulmana, ai rapporti Egitto-Israele e confronto sul Sinai, influenzerà profondamente la regione e di conseguenza l’atteggiamento americano nella polveriera mediorientale”.

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