Libia, si prepara blocco navale per fermare terroristi. Escluso invio caschi blu

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Marzo 2015 15:33 | Ultimo aggiornamento: 4 Marzo 2015 15:33
Libia, si prepara il blocco navale

Libia, si prepara il blocco navale

ROMA – Libia, se fallisce la mediazione dell’Onu la carta più probabile per fermare il conflitto e obbligare le parti a ragionare è quella del blocco marittimo. Per ora è una ipotesi, poco più. Ma una ipotesi fondata e già di fatto in preparazione visti i tempi strettissimi che l’inviato delle Nazioni Unite Bernardino Leon ha a disposizione. Tempi che invece escludono o quasi la possibilità dell’invio dei caschi blu. Un mese circa per cercare di far ragionare una miriade di fazioni, dal governo laico di Tobruk fino a quello islamico moderato che controlla Tripoli e Misurata.

La priorità è quella di saldare un’alleanza che sia in grado di contrapporsi all’Isis. Se non ci si riuscisse nei tempi previsti intanto  il blocco raggiungerebbe due obiettivi minimi: mettere pressione economica su tutte le parti in conflitto, e consentire il controllo delle acque davanti all’Italia per prevenire eventuali attacchi.

Il blocco, come racconta in un lungo articolo Paolo Mastrolilli su La Stampa non è l’unica possibilità presa in esame dall’Onu. Si pensa anche a congelare i guadagni del petrolio libico. Una mossa pericolosa, però. Per “punire” i due governi si finirebbe per affamare la popolazione civile compattandola così in chiave anti-occidente. Infine c’è anche la possibilità di imporre sanzioni individuali contro i responsabili dei disordini. Anche qui la questione è politica: se ci saranno sanzioni andranno “dosate”, ovvero distribuite in maniera equa tra Tobruk e Tripoli.

Il problema principale del caos Libia è la pluralità delle forze in campo. Ci sono “i cattivi” ovvero l’Isis. E su questo sono d’accordo più o meno tutti. E’ su tutto il resto che non si trova la quadra. Col governo laico di Tobruk stanno Egitto, Giordania e Libia. Usa, Gran Bretagna e Turchia stanno invece col governo di Tripoli. L’Italia è nel mezzo, prima più vicina a Tripoli ora più a Tobruk.

E poi ci sono le esigenze dei singoli Paesi. L’Egitto spinge per intervenire perché si sente minacciato. Chiede l’immediata revoca dell’embargo alla vendita di armi e in questo è sostenuta dai russi. Gli Stati Uniti per ora nicchiano, si nascondono dietro al sostegno alla missione di Leon, ma sono allo stesso tempo consapevoli che sia Tripoli sia Tobruk non hanno la forza, da soli, per fermare l’avanzata del califfato. Una escalation militare, insomma, sembra possibile.

Il piano B va preparato perché il successo della mediazione Onu è tutt’altro che scontato. Così Mastrolilli:

A fronte di tutti questi problemi, il segretariato dell’Onu sta già considerando da tempo le alternative alla mediazione di Leon. Tanto per cominciare, se il negoziato funzionasse il governo di unità nazionale avrebbe bisogno di aiuto immediato per sopravvivere. Hervé Ladsous, il francese che guida il Dipartimento delle operazioni di pace, ritiene che l’invio dei caschi blu non sarebbe praticabile, perché se anche il Consiglio di Sicurezza lo approvasse, richiederebbe almeno sei mesi di tempo per essere realizzato. L’alternativa più realistica quindi sarebbe una «coalizione di volenterosi», legittimata da una risoluzione dell’Onu, che potrebbe schierare in fretta i suoi uomini. L’Italia dovrebbe avere un ruolo guida, se questo progetto si concretizzasse, anche se il Palazzo di Vetro in genere evita di dare posizioni preminenti agli ex Paesi coloniali, e in questo caso sarebbe fondamentale la leadership araba e islamica per evitare che la propaganda terroristica presenti l’operazione come un’«occupazione crociata». Il monitoraggio dell’eventuale accordo fra le parti, poi, dovrebbe essere fatto insieme dalle parti stesse, per non urtare le sensibilità locali.