Impennata vendita armi Usa nel Golfo per paura dell’Iran, $ 66 mld nel 2011

Pubblicato il 28 agosto 2012 13:53 | Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2012 13:53

WASHINGTON, STATI UNITI – L’Iran fa paura e le vendite di armi ‘Made in Usa’ nel 2011 hanno avuto, nonostante la crisi economica internazionale, un’impennata senza precedenti: rispetto al 2010 sono triplicate, facendo segnare un totale di 66,3 miliardi di dollari, ovvero oltre i tre quarti del mercato globale, nel quale pero’, negli ultimi anni si e’ inserita tra i protagonisti anche la Cina, soprattutto in Africa.

A causa delle ambizioni nucleari di Teheran, e dei timori che ne possa scaturire un conflitto regionale, i maggiori acquirenti di armamenti americani sono stati lo scorso anno i Paesi del Golfo alleati degli Usa, con l’Arabia Saudita in prima fila.

Secondo quanto riferisce il New York Times citando un rapporto del Congresso Usa, la lunga ‘lista della spesa’ di Riad include 84 caccia F-15, munizioni di tutti i tipi, missili e sistemi di supporto logistico; oltre a decine di elicotteri Apache e Black Hawk; per un totale di 33,4 miliardi di dollari.

Anche Gli Emirati Arabi Uniti hanno pero’ staccato un assegno pesante, da quasi quattro miliardi e mezzo di dollari, per acquistare un sistema di difesa antimissile denominato ‘Terminal High Altitude Area Defence’, e 16 elicotteri Chinook. A seguire c’e’ l’Oman, che a sua volta ha deciso di dotarsi 18 caccia F-6, e ha speso 1,4 miliardi di dollari.

Ma anche ad Oriente gli affari per i venditori di armi americane sono andati bene, con l’India che ha speso 4,1 miliardi di dollari, e Taiwan che ne ha spesi due, per acquistare batterie antimissile Patriot. Una transazione che ha peraltro profondamente irritato la Cina; che a sua volta da alcuni anni e’ sempre piu’ presente su un mercato che vale, secondo i dati 2011, 85,3 miliardi di dollari.

In particolare, ha scritto di recente il Washington Post, fucili d’assalto e munizioni di produzione cinese e di scarsa qualita’ stanno invadendo le regioni dell’Africa subsahariana, portando Pechino sotto la lente del comitato delle Nazioni Unite che indaga sulle eventuali violazioni delle risoluzioni che vietano le forniture di armi in zone di guerra.

In particolare armi cinesi sono state trovate in Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, la Costa d’Avorio, la Somalia e il Sudan. Certamente non sono solo le armi di produzione cinese ad alimentare i conflitti in diversi Paesi africani e non ci sono prove che la Cina abbia violato consapevolmente l’embargo sulla fornitura di armi a Paesi in conflitto.

Tuttavia, la Cina, scrive il Washington Post, ha in passato rifiutato di cooperare con gli esperti delle Nazioni Unite sugli armamenti e ha usato la sua influenza diplomatica per limitare il campo di manovra di indagini che avrebbero potuto far luce sulla sua industria di armamenti.