Medio Oriente. La protesta dilaga dall’Africa settentrionale al Golfo Persico

di Licinio Germini
Pubblicato il 17 Febbraio 2011 12:32 | Ultimo aggiornamento: 17 Febbraio 2011 16:23

Manifestazione di protesta nel Bahrain

IL CAIRO, EGITTO – Dall’Africa settentrionale al Golfo Persico il ”contagio” egiziano sta mettendo in difficoltà i governanti autoritari, che non sanno come far fronte a  mutevoli movimenti di protesta che si stanno diffondendo come lava colante da un vulcano, e che è difficile prevedere a cosa porteranno.

Le proteste hanno sconvolto una mezza dozzina di Paesi in tutto il Medio Oriente. Diecine di migliaia di persone sono sfilate nel Bahrain per sfidare la monarchia scontrandosi con le forze dell’ordine, da sei giorni nello Yemen si svolgono battaglie nelle strade tra dimostrantie polizia, in Egitto continuano gli scioperi per reclamare riforme da tempo inutilmente attese, e in Iran il funerale di un dimostrante ha scatenato scontri tra il governo e i suoi oppositori.

Perfino in Libia, stretta allo spasimo nella morsa del regime, manifestazioni di dissenso sono emerse nella piazza principale di Bengazi contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi, al potere da 41 anni. In Iraq, peraltro abituato a conflitti settari, è successa una cosa nuova: un’infuocata protesta della città orientale di Kut contro la disoccupazione, la periodica mancanza di elettricità e la rampante corruzione governativa.

I disordini sono ispirati in parte da malcontento tipico di ciascun Paese, ma molti di essi condividono la fiducia, generata in Tunisia e in Egitto, che una nuova generazione può sfidare regimi autoritari e indifferenti verso i bisogni della popolazione con modi e tempi che i suoi genitori credevano fossero impossibili.

Da una parte, ciascuna protesta ha trovato ispirazione da una serie di problemi e circostanze come abbietta povertà, disoccupazione, rivalità etniche e religiose, governo delle minoranze, corruzione e stato dell’economia. Ma si è anche sviluppata una pervasiva convinzione che il sistema di malgoverno di un partito unico, di una famiglia, di una cricca di militari, sostenuti da brutali servizi segreti, si sta sgretolando. Un nuova generazione ha fatto sapere che gli assetti politici ed economici in vigore nei decenni successivi all’indipendenza dopo la Seconda Guerra Mondiale non sono più validi.

Gran parte della generazione precedente, persone di 40 o 50 anni, hanno cercato di ottenere cambiamenti, ma dopo aver in un primo momento accettato le vuote promesse dei loro governanti, quando hanno visto che si trattava di bugie, sono cadute nell’apatia.

Le proteste dei giovani sono un campanello d’allarme per avvertire gli autocrati che le finte promesse non funzionano più, rileva Sawsan al-Shaer, una editorialista del Bahrain. Ma i governi che sono al potere assoluto per 20 o 40 anni fanno fatica a capirlo. Aggiunge: ”Ora sono arrivati i figli, la nuova generazione, che dicono ai tiranni ‘non ci importa che tipo di accordi avevate con i nostri padri, noi vogliamo di più e lo vogliamo subito”’. La crescente popolazione sparsa lungo gli oltre 1.600 km da Teheran a Tangeri è troppo cambiata perchè i vecchi sistemi di governo possano ancora funzionare.

Le continue eruzioni di dissenso rappresentano un particolare problema per gli Stati Uniti, stretti tra la volontà di promuovere la democrazia nella regione e la tolleranza di regimi dispotici che garantiscono la stabilità. In più, la capacità di Washington di influenzare gli eventi è limitata, specialmente quando si tratta di nemici come l’Iran.

L’amministrazione del presidente Barack Obama è stata accusata di aver giocato su due tavoli in Egitto, cercando di accontentare i dimostranti ma senza in realtà spingere il presidente Hosni Mubarak, suo prezioso alleato, alle dimissioni. E’ ora di fronte allo stesso dilemma nel Bahrain, dove si trova la cruciale base navale americana della Quinta Flotta.

”Per decenni gli Stati Uniti hanno dato priorità alla stabilità piuttosto che alla democrazia per via del petrolio e di Israele”, osserva Marwan Muasher, ex-ministro degli esteri giordano e capo del Programma Medio Orientale all’istituzione Carnegie Endowment for International Peace. ”Ma ora questa politica non è pià sostenibile, anche se cambiarla quando sono in gioco tanti Paesi non sarà nè facile nè celere”.