Nethanyahu in America: “Gerusalemme non è una colonia. Abbiamo iniziato a costruire 3000 anni fa”

Pubblicato il 23 Marzo 2010 7:55 | Ultimo aggiornamento: 23 Marzo 2010 9:16

Il premier israeliano Nethanyahu

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, intervenendo lunedì 22 marzo in serata a Washington all’annuale riunione dell’Aipac, la più importante lobby ebraica d’America, ha affermato che “Gerusalemme non è una colonia” ma la capitale di Israele. “Il popolo ebraico ha costruito Gerusalemme tremila anni fa, e il popolo ebraico continua a costruirla ora – ha affermato, con chiaro riferimento ai nuovi insediamenti israeliani a Gerusalemme Est -. Gerusalemme non è un colonia – ha aggiunto -. E’ la nostra capitale”. Nella serata di oggi, martedì, Netanyahu si incontrerà alla Casa Bianca con il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

La visita è molto attesa, la storica collaborazione tra i due stati non aveva mai raggiunto livelli così bassi di freddezza e non condivisione delle priorità per risolvere l’annosa questione mediorientale. Lo scatto d’orgoglio del premier israeliano – la rivendicazione del diritto di Israele  a costruire sul territorio da esso controllato – deve per forza conciliarsi con la ricerca di un approccio più diplomatico per contrastare, assieme allo storico alleato, le ambizioni nucleari del riottoso vicino iraniano.

Tuttavia, l’esclusione dei moderati dal governo israeliano – che domandano una politica di prosecuzione del processo di pace con i palestinesi – pone Nethanyahu nella oggettiva difficoltà di non poter assumere la responsabilità di fare concessioni. Il centro pragmatico, rappresentato dalle posizioni di Kadima e del leader Tzipi Livni, non è riuscito a vincere sul fronte interno ma resta l’unico interlocutore in grado di parlare la stessa lingua della diplomazia americana. Ricorrere alla Livni significherebbe lasciargli anche la guida del paese, abbandonando l’alleanza stipulata da Nethanyahu con quelle frange estremiste che pure gli hanno assicurato la leadership interna.

Secondo il quotidiano Haaretz il premier israeliano non avrebbe ben compreso la novità rappresentata dall’elezione di Barack Obama in Usa. Obama non ha avuto mai veramente bisogno dell’appoggio della comunità ebraica americana per diventare presidente: il suffragio se l’è meritato per un’agenda di cambiamento di grande respiro che rompesse drasticamente con la politica anche estera delle amministrazioni che l’avevano preceduto.

Per Haaretz siamo a una svolta storica delle relazioni tra i due paesi: l’era dell’influenza (e della difesa senza condizioni) della comunità ebraica e dei protestanti in America sullo scacchiere mediorientale è terminata. Senza contare che la visita ad Obama, non rinviabile altrimenti, avviene nel momento di massimo rafforzamento del presidente Usa, che ha appena incassato la grande vittoria sulla sanità pubblica, ergendosi ora, presso l’opinione pubblica quale leader carismatico capace finalmente di realizzare riforme finora sempre solo annunciate. Resta la consolazione, per Nethanyahu e la nazione che rappresenta, che un presidente americano forte, è la più sicura garanzia per la propria sicurezza. L’esatto opposto di ciò che si augura, per esempio, Mahmoud Ahmadinejad.