Fonti del Nilo: Dalla leggenda alla geopolitica. Tensione in Africa: Egitto e Sudan contro Uganda, Etiopia, Ruanda, Tanzania, Kenia, Burundi, Congo

Pubblicato il 28 Giugno 2010 8:42 | Ultimo aggiornamento: 28 Giugno 2010 8:42

Un Dio che nasconde il suo volto in un drappo, così era rappresentato il Nilo dagli antichi romani, un’allusione al mistero più grande, quello della sua origine. Un mistero che occupò per secoli gli animi di generazioni di esploratori, geografi e storici europei e che fu scoperto e divulgato solo nell’800. A onor del vero, sono in molti a disputarsi, oggi, l’onore della scoperta. Probabilmente non fu il primo, ma la vulgata dei manuali vuole che la palma spetti all’esploratore britannico John Hanning Speke. Gli inglesi hanno voluto scrivere nel marmo questo primato ed ancora oggi, in un preciso punto di fronte al Lago Vittoria, in Uganda, si erge un obelisco rosa. E’ John Hanning Speke, con un sestante in mano. Ha appena accertato il punto in cui il lago comincia a svuotarsi – la fonte del Nilo.

Le fonti del Nilo sono uscite dalla leggenda per entrare nei libri di geografia. Oggi, entrano nei giornali e minacciano in futuro di entrare nelle pagine della cronaca bellica. Le tensioni provocate dal possesso e dall’utilizzo delle risorse idriche stanno infatti alimentando il conflitto tra i paesi che si affacciano sulle fonti del Nilo o che ne ricevono il corso. Un club non esattamente ridotto, visto che vede al suo interno almeno nove paesi, divisi in due “squadre” avversarie. Da una parte le “nazioni a monte”: Uganda, Etiopia, Ruanda, Tanzania, Kenia, Burundi, Congo. Dall’altra le “nazioni a valle”, Sudan e Egitto.

Un’antica consuetudine politica, ratificata da due trattati, ha voluto fino ad oggi che i due paesi a valle, il Sudan e l’Egitto, godessero dell’esclusivo possesso delle acque del Nilo, di cui ben tre quarti vanno all’Egitto. La ragione è storica. La civilizzazione dell’Egitto è da sempre fondata sul fiume, al punto da essere stato anticamente chiamato il “dono del Nilo”. Nel 900, all’epoca del protettorato, gli inglesi firmarono due accordi con le altre potenze coloniali con un accesso sul Nilo, al fine di garantire al paese arabo e al Sudan, altra colonia britannica, l’esclusiva utilizzazione del fiume. Questi accordi di origine coloniale, pur non essendo mai riconosciuti dagli altri paesi africani, non sono mai stati nemmeno veramente messi in discussione. Da una parte, ha giocato la forza politica e militare dell’Egitto. Dall’altra, il conflitto è rimasto latente per l’instabilità, la debolezza economica e, in alcuni casi, la presenza di fonti idriche alternative dei paesi a monte.

Le cose oggi stanno cambiando radicalmente. Gli epocali cambiamenti che i paesi della regione stanno vivendo – demografici e climatici in primo luogo – spingono inesorabilmente verso una revisione della gestione delle acque del Nilo, e forse anche dei rapporti di forza tra le nazioni africane. Se la popolazione egiziana cresce a dei ritmi elevati, quella dei paesi a valle raggiunge proporzioni ancora maggiori. In Uganda, dove si trova una delle principali fonti del fiume, il tasso di fecondità, o numero medio di figli per donna, è di 6,7 – una delle più alte nel mondo. La priorità del paese è per il governo l’accesso dei cittadini all’elettricità. Costruire delle dighe, sembra in questo caso una decisione più che ovvia.

Malgrado il peso politico dell’Egitto, sembra difficile che il colosso arabo riesca ancora ad impedire agli altri paesi di sfruttare una parte di quell’immenso patrimonio che sono le risorse del Nilo. Inoltre, i paesi a monte hanno recentemente messo a punto un fronte comune. A maggio Uganda, Etiopia, Ruanda, Tanzania, e in seguito Kenia, hanno firmato un accordo, il Quadro di Cooperazione per il Bacino del Nilo. A breve, si aggiungeranno verosimilmente Burundi e Congo, e l’Egitto e il Sudan, che finora hanno rifiutato di firmare, si troveranno tagliati fuori, una situazione tragica per quelli che sono i due attuali maggiori beneficiari delle risorse idriche del fiume. La battaglia ruota intorno a un articolo del trattato, voluto inutilmente da Sudan e Egitto e che dovrebbe garantire i “diritti storici” dei due paesi. Per adesso non c’è nessun accordo, ma c’è ancora un anno per limare le differenze. Tutti cercano fino a quella data di sminuire la gravità del conflitto. «La diplomazia ci aiuterà a uscire fuori dalla questione – dice un ministro Ugandese – Dopo tutto cosa farà l’Egitto? Ci bombarderà tutti?».