Pakistan, eccidio cristiani/ La testimonianza di un frate, ”Sono stati i talebani ed estremisti di Al Qaeda”

Pubblicato il 3 agosto 2009 11:31 | Ultimo aggiornamento: 3 agosto 2009 13:11

pakistanIl Corriere della Sera pubblica una corrispondenza del suo inviato in Pakistan, Lorenzo Cremonesi, sull’eccidio di cristiani avvenuto nel Paese nei giorni scorsi, e racconta i drammatici eventi tramite la testimonianza del frate Hussein Younis.

Il racconto del frate sul massacro, avvenuto nel suo villaggio natale, Gojra, provincia di Faislabad, nel Punjab orientale, è davvero drammatico e il religioso non esita a puntare il dito contro ”gli estremisti islamici, molto probabilmente legati ad Al Qaeda e ai Talebani, che attaccano le minoranze cristiane con un vasto progetto di destabilizzazione regionale”.

”Ha 39 anni padre Younis, francescano, e un conto molto personale con gli autori di queste violenze: ben sette membri della sua famiglia hanno perduto la vita. ‘Fanno tutti per cognome Hameed, il clan famigliare del marito di mia sorella: due bambini, tre donne e due uomini. Tutti massacrati o bruciati vivi per una sola colpa: essere cristiani, una piccola minoranza che non supera il 2 per cento dei circa 170 milioni di pakistani”’, spiega.

Padre Younis ricostruisce i fatti. ”Alcuni giorni fa in un villaggetto presso Gojra si era tenuta una grande festa di matrimonio cristiana. Come è usanza, alla fine della cerimonia in chiesa gli invitati hanno tirato verso la coppia fiori, riso, alcune monete per augurare prosperità e biglietti con frasi di saluto o salmi. Il problema è che i musulmani hanno cominciato a sostenere che in realtà i versetti religiosi erano pagine del Corano strappate, un’offesa gravissima per l’Islam e oggi ancora più grave in questi tempi di fanatismo. Ben presto sono volati insulti, accuse, poi pietre e violenze. Nel pomeriggio erano già state date alle fiamme alcune abitazioni”, racconta. Ma l’escalation più grave riprende sabato mattina verso le undici a Gojra, nei pressi della cosiddetta ”Christian Town”, il quartiere cristiano.

”La nostra gente ha contato otto autobus carichi di estremisti arrivati da lontano. Volti sconosciuti di gente armata sino ai denti. Il loro slogan preferito è stato che noi cristiani abbiamo la stessa religione dei soldati americani e dunque siamo nemici, meritiamo la morte. Prima hanno tirato pietre, poi hanno utilizzato benzina e infine mitra e bombe. Qui attorno a me è tutto bruciato, carbonizzato. Il bilancio di sangue poteva essere molto peggio, se i cristiani non fossero stati in allarme e non fossero fuggiti subito. I miei famigliari non sono stati abbastanza veloci e sono bruciati vivi, intrappolati tra le fiamme. Mio genero aveva il cranio sfondato”.

”Un’analisi più completa giunge per telefono dal vescovo di Faislabad, monsignor Joseph Coutts, che ci risponde mentre sta ricevendo le autorità del governo regionale del Punjab, assieme ad alcuni leader religiosi musulmani locali. ‘Non è il mio mestiere fare analisi politiche – sostiene ­. Ma è ovvio che questi pogrom sono stati ben organizzati da gruppi che, alla luce della destabilizzazione in Pakistan, e forse persino in Afghanistan, e soprattutto delle battaglie degli ultimi mesi nella vallata di Swat, cercano di alzare la tensione. Ci hanno provato con i gravi attentati nelle maggiori città pakistane e ora passano con gli attacchi ai cristiani. Il fatto più grave è che adesso riescono a mobilitare grandi folle di fedeli contro di noi. Trovo sia un fenomeno preoccupante, peggiore che i soliti attentati isolati a suon di bombe nelle basiliche che hanno terrorizzato i cristiani sin dalla guerra del 2001 in Afghanistan”’ .

”Il vescovo ricorda almeno quattro pogrom che hanno visto la mobilitazione di larghe masse di manifestanti pronte ad usare violenza. ‘La prima volta in anni recenti è stata nel 1997, nel villaggio di Shantinagar. Otto anni dopo si è ripetuto nella cittadina di Fanglahill. Il 30 giugno scorso è avve­nuto nel villaggio Banniwal, nella regione di Kasur, non troppo lontano da qui. E il 26 luglio a Korrial hanno dato fuoco a 60 case. Per fortuna i cristiani erano pronti e sono fuggiti al primo segnale di violenza”’.

”A Islamabad da tempo la nunziatura fa discretamente pressione sul governo per cercare di offrire maggiori garanzie di difesa alla comunità cristiana. E i vescovi locali chiedono alle autorità di cancellare la controversa ‘legge 295’, che in nome della Sharia (la legge coranica) prevede persino la pena di morte a chiunque offenda il Corano e la figura di Maometto. Il problema è che questa legge viene spesso utilizzata in modo del tutto arbitrario. Spesso basta la parola di un cittadino musulmano per far mettere in carcere un cristiano senza alcuna prova concreta”, afferma monsignor Coutts.