Benedetto XVI: “L’omosessualità non è mai moralmente giustificabile”

Pubblicato il 23 Novembre 2010 10:42 | Ultimo aggiornamento: 23 Novembre 2010 10:51

Benedetto XVI

L’omosessualità è  ”una grande prova” di fronte alla quale una persona può trovarsi, ”così come una persona può dovere sopportare altre prove”. Ma ”non per questo diviene moralmente giusta”. Lo afferma Benedetto XVI nel libro-intervista ”Luce del mondo” del giornalista tedesco Peter Seewald.

La presa di posizione del Papa, che non mancherà di far discutere, è nel capitolo 14 dove si legge: ”Se qualcuno presenta delle tendenze omosessuali profondamente radicate – ed oggi ancora non si sa se sono effettivamente congenite oppure se nascano invece con la prima fanciullezza – se in ogni caso queste tendenze hanno un certo potere su quella data persona, allora questa è  per lui una grande prova, così come una persona può dovere sopportare altre prove”.

Benedetto XVI sottolinea che gli omosessuali vanno rispettati come persone che ”non devono essere discriminate perché’ presentano quelle tendenze. Il rispetto per la persona è assolutamente fondamentale e decisivo. E tuttavia – osserva il Papa – il senso profondo della sessualità è un altro. Si potrebbe dire, volendosi esprimere in questi termini, che l’evoluzione ha generato la sessualità al fine della riproduzione”. ”Si tratta – prosegue più oltre Benedetto XVI – della profonda verità  di ciò che la sessualità significa nella struttura dell’essere umano”. Parlando poi della l’omosessualità come di ”una grande prova” che una persona può trovarsi a sopportare, il Papa rimarca che ”non per questo l’omosessualità diviene moralmente giusta, bensì rimane qualcosa che è contro la natura di quello che Dio ha originariamente voluto”.

Pedofilia. Nel libro intervista Benedetto XVI parla anche di pedofilia indicando negli anni ’60 il momento in cui la Chiesa si è dimenticata della “necessità di punire” i responsabili. Si tratta ora, chiarisce Benedetto XVI, di recuperare ”il diritto e la necessità della pena”, perché l’amore non è solo ”gentilezza e cortesia”, ma anche ”verità”.

Negli anni Sessanta, argomenta papa Ratzinger, ”dominava la convinzione che la Chiesa non dovesse essere una Chiesa di diritto, ma una Chiesa d’amore; che non dovesse punire. Si spense in tal senso la consapevolezza che la punizione puo’ essere un atto d’amore”. ”Oggi – prosegue – dobbiamo imparare nuovamente che l’amore per il peccatore e l’amore per la vittima stanno nel giusto equilibrio per il fatto che io punisco il peccatore nella forma possibile e appropriata. In questo senso nel passato c’e’ stata una alterazione della coscienza per cui e’ subentrato un oscuramento del diritto e della necessita’ della pena. Ed in fin dei conti anche un restringimento del concetto di amore, che non e’ soltanto gentilezza e cortesia, ma che e’ amore della verita’. E della verita’ fa parte anche il fatto che devo punire chi ha peccato contro il vero amore”.

Altro tema trattato nel testo è quello del Giudizio Universale. Secondo Ratzinger: “”L’uomo è sottoposto per così dire a un penultimo giudizio al momento della morte”. “Non siamo in grado – aggiunge a proposito del giudizio universale – di immaginarci questo avvenimento inaudito”, perché ”come sarà da un punto di vista visivo va al di là della nostra capacità di immaginazione. Ma è molto importante che Egli è giudice, che avra’ luogo un giudizio vero e proprio, che l’umanità verrà separata e che a quel punto vi e’ la possibilità dell’essere cacciati via”. ”Oggi le persone – aggiunge Benedetto XVI – tendono a dire: ‘Ma sì, in fin dei conti non sarà così terribile. Dio in fin dei conti non può essere così ‘. No invece, Egli ci prende sul serio. E l’esistenza del male è un fatto, che rimane e deve essere condannato”.