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Russiagate, post su Facebook guidati dalla Russia e visti da un americano su tre

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Russiagate, post su Facebook guidati dalla Russia e visti da un americano su tre (Nella foto Ansa, Paul Manafort)

MILANO – Post su Facebook pubblicati da account falsi per indirizzare l’opinione pubblica americana durante la campagna elettorale del 2016 e spingerla a votare Donald Trump, post che avrebbero raggiunto all’incirca 126 milioni di americani, uno su tre. Attraverso questi si sarebbe mossa la longa manus russa, aiutata da collaboratori dell’attuale presidente americano, per favorire il tycoon.

Le ultime rivelazioni sul Russiagate che da mesi sta turbando i sonni dell’amministrazione Trump arrivano dalla stessa Facebook, che ha fatto sapere che sarebbero 80mila le pagine con “finti” contenuti sostenute dalla Russia. E dopo Facebook toccherà anche a Twitter e Google testimoniare, in un’inchiesta che parla di Russia ma i cui attori sono soprattutto importanti aziende o personalità americane.

Come Paul Manafort, Rick Gates e George Papadopoulos: i primi due hanno condotto la campagna elettorale di Trump e rischiano decine di anni di carcere per 12 capi di imputazione (che rimandano anche ai legami tra Usa e Ucraina), mentre il terzo è il primo “pentito” del Russiagate.

Ex collaboratore volontario della campagna di Trump, dopo essere stato arrestato Papadopoulos si è detto colpevole per aver reso false dichiarazioni all’Fbi “sui tempi, l’estensione e la natura dei suoi rapporti e della sua interazione con certi individui stranieri che aveva capito avere strette connessioni con alti dirigenti del governo russo”, ostacolando così le indagini sulle presunte collusioni tra la campagna di Trump e Mosca.

Papadopoulos ha avuto contatti (anche in Italia) con un non meglio precisato professore basato a Londra, che gli aveva svelato come i russi avessero materiale compromettente su Hillary Clinton (migliaia di sue mail) e con una donna russa che sosteneva di essere una nipote di Putin. Tramite loro propose di organizzare un incontro tra dirigenti della campagna di Trump e la leadership russa, “incluso Putin”. La proposta fu però respinta.

La Casa Bianca ha preso le distanze da Papadopoulos, sottolineando che si trattava di un collaboratore volontario con un ruolo limitato. Eppure proprio lui potrebbe portare alle estreme conseguenze lo scandalo che l’ex numero uno dei servizi segreti americani James Clapper non ha esitato a definire peggiore del Watergate, dal momento che non è più un affare interno agli Stati Uniti, per quanto losco e illegale, ma coinvolge una potenza esterna. Anche se poi c’è chi, negli stessi Stati Uniti, osa ricordare che, alla fine, in questo Russiagate, ruota tutto attorno a dei post su Facebook.

 

 

 

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