Siria. La furia di Assad contro Dara’a allo stremo, città-simbolo della rivolta

di Licinio Germini
Pubblicato il 28 Aprile 2011 15:25 | Ultimo aggiornamento: 28 Aprile 2011 15:44

Carro armato dell'esercito a Dara

BEIRUT, LIBANO –  A Dara’a, la città di 75 mila abitanti assediata da tre giorni dalle forze del presidente Bashar Assad e diventata il simbolo della rivolta popolare per destituirlo, la situazione umanitaria si fa di giorno in giorno più critica per la mancanza di beni essenziali come il pane e perfino di latte in polvere per bambini.

Prima di uscire dalle loro case la gente agita fuori della porta un bastone avvolto in uno strofinaccio per accertarsi che non vi siano cecchini nelle vicinanze. Mancano bende e disinfettanti, e in una moschea trasformata in ospedale i medici sono costretti a suturare le ferite con aghi da sartoria.

Nella città è stata vietata la presenza di giornalisti, ma le notizie filtrano lo stesso. Si è saputo che i palestinesi di un campo profughi non distante,  sono riusciti camminando a piedi a far entrare a Dara’a pane, cibi in scatola ed altri generi di prima necessità. L’atmosfera, secondo quanto si è appreso, è da incubo: la gente è terrorizzata dai cecchini di giorno e dalle incursioni notturne. La paura è tale che gli abitanti non aprono più le porte delle loro case finanche a vicini e conoscenti.

”Dara’a è diventata una città fantasma, così come il suo entroterra”, ha detto al New York Times, un residente che è riuscito a lasciare la città e raggiungere il confine con la Giordania. ”Non si può entrare e non si può andare via”. Dara’a è ora diventata a tutti gli effetti l’epicentro di una rivolta popolare che rappresenta la più grave minaccia al regime quarantennale della famiglia Assad, ed è, più di ogni altra, la città che da lunedì il regime vuole piegare con la forza delle armi. Per settimane il simbolo della protesta popolare contro la dittatura, si tratta ora di vedere se resisterà alla brutale repressione che l’ha investita.

Alla fine dei conti, rilevano gli osservatori, Dara’a determinerà se il governo di Damasco, barcollante ma ancora radicato, sfruttando la paura del caos in un Paese ancora profondamente diviso da sette e diversità etniche, potrà ripristinare il regime di terrore che la protesta ha incrinato. Ha dichiarato in proposito Alaa Hourani, un residente di Dara’a: ”è possibile che in due o tre settimane il regime riuscirà a fermare la rivolta, ma non potrà mai porvi fine per sempre”.

In assenza di giornalisti, occorre affidarsi alle voci più disparate. C’è chi dice che 150 soldati sono passati tra le file dei rivoltosi, ma perfino le associazioni per la tutela dei diritti umani dubitano che vi siano serie spaccature tra i militari. Residenti che sono riusciti a varcare il confine hanno detto che la loro rabbia non è rivolta tanto contro Assad, ma molto di più contro la sua famiglia, in particolare il fratello Maher, che comanda la divisione corazzata che assedia Dara’a, e il cognato Assef Shawkat, alto funzionario dei servizi segreti e vice-capo di stato maggiore delle forze armate. I fuggitivi affermano che i soldati di Maher sono ”barbari” senza pietà, che possono essere controllati solo da Maher, e che Assad non può controllare Maher.

Secondo una notizia Reuters circolata nelle ultime ore, all’interno del governo Assad vi sarebbero dissensi. Prova ne sarebbero gli oltre 200 membri del partito Baath del dittatore che hanno rassegnato le dimissioni in segno di protesta contro la brutale repressione dei rivoltosi. Fonti diplomatiche hanno riferito che segnali di malcontento stanno emergendo anche nell’esercito, dove la maggioranza dei soldati sono musulmani sunniti, mentre gran parte degli ufficiali appartengono alla setta alawita di Assad. Gruppi di soldati si sarebbero anche rifiutati di sparare contro i civili.

Le proteste sono cominciate a Dara’a lo scorso marzo dopo che 15 studenti sono stati arrestati per aver scritto slogan anti-governativi sulle pareti di una scuola. Secondo quanto riferito da residenti, i giovani sono stati torturati dagli sgherri di Atef Najib, parente di Assad e capo della sicurezza a Dara’a.

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