Siria in fiamme, la rivolta contro Assad grazie a Facebook e Twitter

Pubblicato il 26 Marzo 2011 19:59 | Ultimo aggiornamento: 26 Marzo 2011 20:04

ROMA – Anche in Siria la prima crepa l’ha fatta il web. Ancora Facebook e Twitter. E i video girati con i telefonini diffusi su youtube. E ancora messaggi, informazioni e appuntamenti per alzare la voce, insieme, contro il regime.

Questa volta è contro gli Assad che si scaglia la rabbia che corre in rete, nella più recente e impensabile rivolta entrata nel cuore del Medio Oriente più blindato.

E’ su Facebook e Twitter che è comparsa per prima la voce sui morti oggi a Latakia, caduti sotto il fuoco delle forze di sicurezza nella città capoluogo della regione alawita da cui proviene la famiglia presidenziale degli Assad. E che la lotta sia contro la famiglia al potere da 40 anni lo si legge a chiare lettere nel nome dato al più attivo tra i gruppi creati su Facebook, metà in inglese e metà in arabo, che si traduce in ”La rivoluzione siriana 2011, contro Bashar al Assad”.

Sul sito compaiono post a distanza anche di un solo minuto uno dall’altro e contengono messaggi di varia natura: dalla solidarietà espressa verso ”i fratelli di Daraa”, l’altra città da giorni teatro delle proteste, alle convocazioni per nuove manifestazioni.

Ci sono poi i video che mostrano i cortei e la folla, ma anche il volto insanguinato di un dimostrante a terra che ricorda drammaticamente le ultime immagini di Neda a Teheran, morta nelle grandi manifestazioni del giugno 2009 di cui è diventata il simbolo. Di questo ragazzo steso in terra che muove a fatica il volto ricoperto di sangue non si sa ancora nulla, non si sa nemmeno se sia vivo o morto.

Le immagini datate 26 marzo durano 17 secondi in tutto, sotto il titolo ”Martirio di un giovane a Latakia”. Niente più e niente di verificabile. Così come non sono subito verificabili i numerosi brevi messaggi che compaiono su Twitter, sebbene da questi possano partire allarmi e possano fornire indicazioni su quanto sta accadendo sul terreno.

Attraverso gli account del servizio di microblogging si è infatti per tutto il giorno riferito dei disordini a Latakia, degli spari, di voci sulle forze di sicurezza che impedivano l’ingresso in ospedale a feriti, fino ad un violento intervento al campus dell’Università di Tishreen dove sarebbero stati arrestati alcuni studenti.

Non ci sono richiami espliciti all’Iran, all’Egitto o alla Tunisia; ma la tecnica è la stessa. Ed è infallibile. La forza della mobilitazione sul web è ancora una volta il coraggio che suscita ed infonde nello scoprire di essere in molti e di potersi parlare. Nel sapere che qualcuno prima di te ha lanciato uno slogan, ha postato un video, ha denunciato la violenza e l’oppressione e che non si fermerà.

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