Siria, Ban Ki-moon: “Ricorso alla forza metterebbe sotto pressione Assad”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 17 settembre 2013 20:47 | Ultimo aggiornamento: 17 settembre 2013 20:47
Siria, Ban Ki-moon: "Ricorso alla forza metterebbe sotto pressione Assad"

BNan Ki-moon (Foto Lapresse)

NEW YORK – Siria, non solo Stati Uniti, Regno Unito e Francia a favore di un intervento militare, ma la stessa Onu. Il segretario generale Ban Ki-moon lo ha fatto capire con quella frase sul “ricorso al capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite (che prevede l’uso della forza) che sarebbe il più efficace” per applicare i contenuti della risoluzione su Damasco. Ban ha poi precisato che “in linea di principio tutte le risoluzioni sono legalmente vincolanti, ma in realtà avremmo bisogno delle chiare linee guida che solo il capitolo 7 della Carta Onu fornisce”.

Il segretario dell’Onu ha spiegato che il ricorso alla controversa norma sull’eventuale uso della forza sarebbe lo strumento più efficace per continuare a mettere pressione al governo siriano, costringendolo a mantenere l’impegno sul fronte dell‘arsenale chimico che dovrà essere posto in tempi brevi sotto il controllo della comunità internazionale, con l’obiettivo della sua distruzione entro la metà del 2014.

Ma dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, è arrivata ancora una volta una netta chiusura: di introdurre il ‘capitolo 7’ nella risoluzione non se ne parla. Anche perché, sostiene Mosca, nonostante il rapporto degli ispettori Onu confermi l’uso in Siria di gas sarin su larga scala, restano ancora molti interrogativi su chi siano davvero i responsabili.

Nessun dubbio, invece, per Stati Uniti, Regno Unito e Francia: a compiere i crimini di guerra denunciati dalle Nazioni Unite è stato il regime di Bashar al Assad. Così come sostiene l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch, che continua a parlare di prove inconfutabili: dal rapporto Onu, infatti, nonostante al suo interno non si identifichino le responsabilità, emergerebbe chiaramente dal percorso di volo dei razzi carichi di sarin lanciati il 21 agosto scorso su al Goutha, alla periferia di Damasco. Percorso che riconduce alla base militare ‘Republican Guard 104th Brigade’, situata pochi chilometri a nord del centro di Damasco.

Quello che si profila al Palazzo di Vetro dell’Onu è un vero e proprio braccio di ferro. E, nonostante la buona volontà professata dalle parti in causa, sullo sfondo resta il rischio di un nuovo stallo all’interno delle Nazioni Unite. I quindici Paesi del Consiglio di sicurezza si sono già riuniti per un primo giro di orizzonte, e c’è attesa per l’esito delle prime consultazioni tra i cinque membri permanenti (Usa, Regno Unito, Francia, Russia e Cina).

Intanto uno dei capi dell’opposizione ad Assad, il comandante Selim Idriss dell’Esercito siriano libero, in un’intervista alla tv pubblica statunitense Pbs ha lanciato un appello agli Usa e ai suoi alleati europei: aiutateci, così come Russia e Iran stanno aiutando un presidente criminale. Ed esprimendo frustrazione per la mancanza di un intervento militare della comunità internazionale, Idriss è tornato a chiedere l’organizzazione di una ‘no fly zone’, che potrebbe consentire ai ribelli di dare la spallata finale al regime di Damasco.