Siria. Obama: Diplomazia ma attacco resta pronto, piano russo a Washington

Pubblicato il 12 settembre 2013 10:49 | Ultimo aggiornamento: 12 settembre 2013 10:49
Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu

WASHINGTON, STATI UNITI – Gli Stati Uniti hanno il dovere di agire contro chi è responsabile di atrocità e di crimini contro l’umanità, anche perchè in gioco c’è la sicurezza nazionale, con le armi chimiche che in futuro potrebbero essere usate contro le truppe Usa e dai terroristi contro i civili. Il presidente Barack Obama, nell’intervento forse più difficile della sua presidenza, ha cercato di convincere gli americani della necessità di punire il regime di Assad per l’uso dei gas. Ma non ha chiuso la porta alla diplomazia: anzi, nel suo messaggio tv ha sottolineato come il piano russo, se credibile ed efficace, può evitare l’attacco militare. Per questo ha chiesto al Congresso di rinviare il voto sulla delicata questione.

Intanto Mosca ha trasmesso la sua proposta a Washington, quella che dovrebbe tradursi in una risoluzione dell’Onu che permetta di mettere sotto il controllo della comunità internazionale l’arsenale chimico di Damasco. Nella bozza francese presentata sul tavolo del Consiglio di sicurezza si danno ad Assad 15 giorni per fornire un elenco completo delle armi chimiche e biologiche e della loro ubicazione. Ma sui termini con cui l’Onu dovrà pronunciarsi si è ancora in alto mare. Il testo di Parigi – avversato da Mosca per la condanna di Assad e per il riferimento al ‘Chapter 7′ che evoca l’uso della forza – sembra oramai definitivamente superato.

Tutti gli occhi sono invecepuntati sull’incontro di giovedi a Ginevra tra il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov. All’incontro parteciperà anche l’inviato Onu per la Siria Lakhdar Brahimi. Da questo appuntamento (il confronto tra i due potrebbe protrarsi fino a sabato, ha fatto sapere il Dipartimento di Stato) si dovrebbe capire quante chance di successo ha l’azione diplomatica intrapresa nelle ultime ore. E sulla quale, ha avvertito la Casa Bianca, la Russia si gioca il “prestigio”. Nel frattempo al Palazzo di Vetro, dietro un apparente situazione di stallo, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Usa, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina) lavorano senza sosta e continuano a consultarsi in un clima blindato, nel tentativo non facile di avvicinare le reciproche posizioni. Anche gli altri membri del Consiglio di Sicurezza vengono sostanzialmente tenuti fuori dagli sviluppi.

In tutti prevale la paura di fare passi falsi, che possano mandare a monte gli sforzi in atto. La posizione più delicata, in queste ore, e’ certamente quella del presidente americano. Il suo messaggio in diretta Tv ha convinto solo il 47% degli americani e ha suscitato un mare di critiche. La più diffusa è quella che definisce la posizione di Obama sulla Siria ondivaga: “E’ stato un discorso in cui sono culminate due settimane di politica estera condotta a zig-zag”, sintetizza Politico.com. In molti accusano il presidente – nel suo ondeggiare tra la necessità di una risposta militare contro Assad e quella di dare un’ulteriore chance alla diplomazia – di non aver fatto chiarezza su cosa realmente succederà sul fronte della crisi siriana. Ma l’amministrazione statunitense fa quadrato intorno al presidente.

Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha ribadito che la minaccia di un intervento militare ha funzionato: “Fino a due giorni fa Assad negava di essere in possesso di armi chimiche”. Carney quindi ha riaffermato la linea del presidente: “Gli Stati Uniti lavoreranno con le Nazioni Unite ed esamineranno il piano russo”, per verificarne la credibilità e la fattibilità. “Ma l’opzione militare resta”, ha aggiunto. Perche’ – affermano alla Casa Bianca – senza una minaccia credibile da parte degli Stati Uniti sarà ancora piu’ difficile ottenere risultati concreti dal regime di Assad. “Non siamo il poliziotto del mondo”, ha detto Obama rivolgendosi alla nazione, “ma certi crimini non possono rimanere impuniti. Non possiamo girare gli occhi”. Poi una solenne promessa: se attacco sarà, “non sarà un nuovo Iraq o un nuovo Afghanistan”. Ma secondo certi osservatori un impegno del genere non è facile, quando si parla di un intervento armato nella polveriera mediorientale.