Sopravvivenza del pianeta, aspettando il “grande trauma”

Pubblicato il 7 Dicembre 2009 14:25 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2010 13:12

La causa migliore che c’è, quella della sopravvivenza, ha pessimi avvocati e clienti molto avari. È la “causa della sopravvivenza” quella che l’umanità dovrebbe discutere e sciogliere. La chiamiamo invece “causa del clima”, con evidente intenzione collettiva di “derubricare” il reato che stiamo commettendo. Il clima è una cosa abbastanza astratta che riguarda l’ambiente. L’ambiente è un concetto abbastanza vago che riguarda governi e scienziati.

Scalando di gradino in gradino, scantonando di parola in parola, si arriva al paradosso voluto e coltivato per cui non c’è opinione pubblica che non sia “sensibile” alla causa del clima ma non c’è “gente” che si senta minacciata e responsabile della sua e altrui sopravvivenza. Così è e così continuerà ad essere fino a che non saranno, non saremo, morti in tanti.

Mal raccontata, mal definita, mal percepita, la “causa della sopravvivenza” ha cattivi, reticenti e confusi avvocati che la perorano. Il Papa dei cattolici che invita a rispettare la natura. Ma non una parola dice sulla bomba demografica, sulla insostenibilità per il pianeta di nove miliardi di umani. Anzi, la Chiesa cattolica considera imperativo categorico e naturale il “crescete e moltiplicatevi” comandato quando l’umanità rischiava la sua “salute” per essere scarsa e dispersa sulla Terra.

Gli scienziati e gli studiosi alla Jeremy Rifkin che si trasformano in predicatori. Sentono l’insopprimibile bisogno di narrare la “buona novella”, l’avvento di un mondo migliore. La loro è predicazione escatologica, religiosa, fideistica. Predicano che la modifica necessaria della quantità e qualità di energia consumata sarà l’evento, anzi l’avvento che spalanca le porte di un nuovo paradiso in terra. Evitano così il fastidioso compito di dire agli umani che cambiare sarà faticoso, doloroso, per nulla gratuito.

In un’estasi mistica inventano, coniugano niente meno che la categoria concettuale dell’ energia “democratica”. La “causa della sopravvivenza” la perorano avvocati che nascondono a giudici, giuria e pubblico quanto sarà dura sopravvivere.

Causa che ha alle spalle clienti avarissimi che l’hanno mossa e promossa. I governi. Quelli del mondo cosiddetto sviluppato, indisponibili e mettere a rischio una frazione di Pil e qualche punto percentuale di consenso elettorale: è questo il faro che li guida quando decidono e trattano sul clima. E i governi dei paesi di quello che una volta era il Terzo mondo, barricati dietro la risibile tesi che, siccome gli altri hanno ferito prima e di più il pianeta, adesso devono dare tempo ai più o meno poveri di fare più o meno altrettanto. Clienti avarissimi sono poi anche i cittadini di ogni contrada del pianeta.

Illusi e cullati da quelli che raccontano: «Basta spegnere la luce e accendere la lavatrice di notte…», non c’è opinione pubblica realmente disposta a rallentare sensibilmente consumi. Non negli Usa, non in Europa. La più grande riconversione industriale e tecnologica della storia nota viene ridotta ad una questione di dieta vegetariana.

In questi giorni la causa della sopravvivenza viene discussa dai rappresentanti di 192 paesi e migliaia di club e movimenti in quel di Copenhagen. Non accadrà molto, non cambierà molto. Nessuno può decidere di riportare le particelle di Co2 nell’atmosfera da 387 per milione a 280, quante erano prima dell’era industriale su scala planetaria. Nessuno può farlo perché il consenso a farlo non c’è. Hanno ragione coloro che dicono che si sta uccidendo il pianeta. E hanno ragione anche coloro che dicono che non si riuscirà a ucciderlo definitivamente. Qualcosa prima o poi accadrà.

Come è sempre accaduto nella storia, per via traumatica e dopo un grande trauma. L’umanità sa reagire ma non imparare. Sopravviverà eccome, ma “dopo” che i mari innalzati si saranno mangiati le coste. Allora si cambierà, con fatica e dolore. Prima si predicherà, da pulpiti esitanti o visionari a “fedeli” convinti che in fondo ci pensa la Provvidenza e che il massimo della penitenza da pagare sia un obolo nella cassetta delle elemosine e delle buone intenzioni.