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Sudan, al Bashir: dall’Aja mandato di arresto per genocidio

Omar al Bashir

La Corte penale internazionale dell’Aja ha deciso di estendere il mandato d’arresto per il presidente del Sudan Omar al Bashir anche al reato di genocidio. Il 4 marzo 2009, la Corte aveva spiccato un ordine di cattura contro il presidente sudanese per crimini contro l’umanita’ e crimini di guerra in relazione alla guerra civile del Darfur.

”La Camera stima che ci sono prove sufficienti e motivi ragionevoli per credere che Omar al Bashir e’ responsabile in modo criminale … del reato di genocidio”, afferma una sentenza emessa dalla Corte. Il 3 febbraio scorso, la camera d’appello della Corte aveva ordinato ai giudici di riconsiderare la decisione presa il 4 marzo dello scorso anno di non considerare il reato di genocidio. La decisione era stata assunta a maggioranza. La Camera aveva considerato allora che il materiale messo a disposizione dal procuratore Luis Moreno Ocampo ”non ha fornito ragionevoli motivi per credere che il governo del Sudan abbia agito con lo specifico intento di distruggere, in tutto o in parte, i gruppi Fur, Masalit e Zaghawa”.

Pertanto – aveva deciso la sentenza – ”il reato di genocidio non e’ incluso nel mandato di arresto emesso per Al Bashir”. Il procuratore Ocampo – che in questi mesi ha messo a disposizione dei giudici nuove prove e documenti – aveva presentato appello il 6 luglio del 2009.

Il presidente sudanese nell’aprile scorso è stato rieletto in patria ha 66 anni ed è l’unico capo di Stato in carica nei confronti del quale la Corte penale internazionale (Cpi) ha chiesto l’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, quelli commessi nel Darfur, è militare di carriera con forti influenze islamiche. Guida il Sudan dal 1989, quando un golpe incruento gli aprì le porte della presidenza. Nato nel 1944 da famiglia contadina a Hosh Bannaga, 100 chilometri a nord di Khartum, si mette in luce come comandante nell’esercito egiziano nella guerra dello Yom Kippur contro Israele (1973). Poi comanda le truppe contro i ribelli del sud Sudan.

Nei rapporti internazionali Bashir – che preferisce indossare l’uniforme o la bianca jalabiya islamica con il turbante – viene rappresentato come un militare piuttosto rigido. Tra l’altro ha quasi sempre rifiutato di concedere interviste. Nel 1989 conquista il potere sulla spinta dell’Islamic National Front (Inf) dell’ideologo, laureato alla Sorbona Hassan al Turabi. Sotto l’influenza di Turabi islamizza il Paese, composto di 40 milioni di abitanti divisi in tribù. Nel 1993 Bashir, che mantiene un saldo controllo sull’esercito, scioglie il consiglio del Comando della Rivoluzione e si proclama presidente. Nel 1996 vince un’elezione considerata dagli osservatori una farsa e nel 1999 scioglie il Parlamento presieduto da Turabi e, a dispetto di chi lo riteneva una sua marionetta, fa arrestare il suo mentore accusandolo di un complotto ai suoi danni.

Da allora Bashir cerca di smarcarsi dall’Islam più radicale nel tentativo di migliorare i suoi rapporti con la comunità internazionale. Ma intanto per lui si è aperto il fronte interno a sud, che rifiuta l’imposizione della sharia. Inizia un nuovo capitolo della guerra civile scoppiata nel 1983 fra nord arabo e islamico e sud nero e animista, che termina con la pace del 2005, sancendo di fatto la divisione del Paese, sulla è stato indetto un referendum nel 2011 che dovrà anche stabilire la spartizione delle risorse petrolifere. Chiuso il fronte sud, Bashir si trova coinvolto in un secondo, ancora più aspro conflitto civile a ovest, nel Darfur, dove la comunità internazionale lo accusa di utilizzare le locali feroci milizie arabe dei ‘janjawid’ per compiere una pulizia etnica contro la maggioranza nera cristiana e animista

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