Thailandia, guerriglia a Bangkok. Il premier: “Non ci fermeremo”

Pubblicato il 15 maggio 2010 19:40 | Ultimo aggiornamento: 15 maggio 2010 20:43

A Bangkok saabato 15 maggio è stata una nuova giornata di guerriglia in pieno centro, senza cambiamenti significativi della situazione sul campo, anche dopo un ultimatum dato dall’esercito alle “camicie rosse”. Sul terreno sono però rimaste altre otto persone, che portano a 24 morti e oltre 200 feriti il bilancio di due giorni di violenze ai margini dell’accampamento dei manifestanti antigovernativi.

Ed il primo ministro Abhisit Vejjajiva ha già annunciato che le operazioni di riconquista della capitale continueranno. Dopo una notte sostanzialmente calma, già dalla prima mattina sono scoppiate sporadiche sparatorie negli stessi punti dove più intense erano state le violenze di ieri venerdì 14 maggio: gli incroci di Din Daeng e Bon Kai, rispettivamente a nord e a sud-est del bivacco dei sostenitori dell’ex premier Thaksin Shinawatra. È lì che vengono ripetutamente a contatto manifestanti in arrivo da fuori – oltre un migliaio a Bon Kai – e i militari che da venerdì hanno creato un cordone di sicurezza intorno alla “città rossa nella città”, isolando l’accampamento e quindi chiudendogli i rifornimenti, già segnalati come scarsi.

Lo squilibrio delle forze in campo è evidente: i manifestanti – al di fuori dell’accampamento nessuno veste di rosso – armati al massimo di qualche petardo, i soldati a qualche centinaio di metri dotati di M-16 e altri fucili ad alta precisione. Niente proiettili di gomma: da venerdì  sparano direttamente ad altezza d’uomo, per disperdere qualsiasi persona cercasse di avvicinarsi alle loro posizioni. Dando sfogo alla frustrazione, i manifestanti hanno incendiato pneumatici nelle strade deserte, sfogandosi in altri atti di vandalismo mentre su Bangkok calava un buio pesto, complice l’illuminazione quasi assente nelle zone sotto coprifuoco.

In tarda serata, la capitale thailandese è apparsa come una città fantasma, dove spostarsi passando per il centro è altamente sconsigliato. La presenza dei militari ha allargato a macchia d’olio le aree off-limits, modificate anche nel corso della giornata: chi si avventura a uscire rischia di non poter più rincasare. Sono chiuse, e lo rimarranno anche domenica 16 maggio, le tre linee della metropolitana sopraelevata e sotterranea. Le scuole del centro hanno rimandato a tempo indeterminato l’inizio dell’anno scolastico, previsto per lunedì 17. Dopo che l’esercito ha dato un ultimatum alle migliaia di camicie rosse accampate attorno alla Ratchaprasong Intersection – “andatevene o vi dovremo disperdere con la forza” – lo stallo strategico non è però cambiato.

Nonostante l’accresciuta presenza di soldati, non si vedono i veicoli blindati che, eventualmente impiegati per un blitz, provocherebbero un bagno di sangue. Il crescente nervosismo dei soldati è evidente anche nei confronti dei giornalisti, a cui in molti casi viene impedito di aggirarsi tra le linee dei militari. Dopo i tre feriti di venerdì tra i reporter –  il più grave è un canadese che lavora per France 24, Nelson Rand colpito da tre proiettili -, sabato un altro fotografo thailandese è stato colpito da un proiettile. La crescente pressione dell’esercito segnala comunque la determinazione a non tornare indietro, in un clima da scontro finale.

Mentre 27 manifestanti arrestati in questi giorni sono stati già condannati a sei mesi di carcere, il premier Abhisit ha dichiarato che le operazioni militari – costate 54 morti e oltre 1.200 feriti dall’inizio della protesta due mesi fa – andranno avanti. “Non ci possiamo ritirare. Quello che stiamo facendo è per il bene del paese. Non possiamo lasciare la Thailandia nelle mani di gruppi armati”. A meno di un rapido deflusso delle camicie rosse prese per fame, tuttavia, più passa il tempo e più cresce la sensazione che ulteriori violenze su larga scala siano inevitabili.

Infine le ambasciate: dopo la chiusura delle ambasciate statunitense e britannica, ha chiuso i battenti anche la sede diplomatica canadese, stretta tra le zone in cui si sono verificati gli scontri più gravi, vicino al parco Lumphini.

Gli Stati Uniti hanno evacuato lo staff «non essenziale» dell’ambasciata nel Paese asiatico e ha esortato i cittadini americani a non viaggiare in Thailandia mentre la Farnesina ha sconsigliato ai cittadini italiani di recarsi a Bangkok.