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Tibet. La forte immigrazione di cinesi Han approfondisce il malessere dei tibetani

Lhasa

Arrivano con treni per l’alta quota, quattro al giorno, viaggiando duemila km tra montagne innevate, o con convogli di camion militari che si fanno strada rumorosamente sul tetto del mondo. Sono cinesi di etnia Han (la maggioranza in Cina), operai, investitori, mercanti, insegnanti e soldati che stanno confluendo nel Tibet. Dopo le violenze che sconvolsero la regione nel 2008, il governo di Pechino ha deciso di innalzare il livello di vita del Tibet e al contempo di renderlo più cinese.

I leader cinesi, scrive il New York Times, vedono nello sviluppo, assieme ad un aumentato controllo della sicurezza, la chiave per pacificare questa regione buddhista. L’anno scorso il governo di Pechino ha investito 3 miliardi di dollari nella Regione Autonoma del Tibet, un aumento del 31 per cento rispetto al 2008. Il prodotto interno lordo del Tibet cresce del 12 per cento annuo, più di quello cinese.

Modesti ristoranti situati in case bianche prefabbricate e gestiti da uomini d’affari Han sono spuntati un pò dovunque, perfino sulle rive di un remoto lago a nord di Lhasa. Circa un milione e 200 mila tibetani rurali, il 40 per cento della popolazione della regione, sono stati trasferiti in nuove abitazioni nel quadro del programma Case Confortevoli. Inoltre funzionari governativi affermano che il turismo aumenterà di quattro volte entro il 2020, ovvero 20 milioni di visitatori l’anno.

Ma, rileva il Nyt, se l’influsso di denaro e di gente ha portato una nuova prosperità, ha anche approfondito il risentimento di molti tibetani. Gli imprenditori emigranti Han scalzano i concorrenti tibetani, e dopo aver fatto i loro profitti tornano a casa per l’inverno. Grandi aziende di proprietà degli Han dominano le principali industrie, dal settore minerario, a quello edilizio a quello turistico.

Il Tibet è più sicuro dopo che le forze di sicurezza posero fine alla più grave rivolta anti-cinese in 50 anni. Ma l’aumentata presenza Han – e i benefici che gli Han ricevono per i loro investimenti – tengono il Tibet sul filo del rasoio.

Il governo non consente ai giornalisti di viaggiare da soli, ma vengono portati in giro da personale specializzato, in genere per vedere svariati progetti di sviluppo. Hao Peng,vice-presidente e vice-segretario del partito nella regione, ha dichiarato ad un piccolo gruppo di giornalisti stranieri che ”il flusso di risorse umane segue le regole dell’economia di mercato ed è anche indispensabile per lo sviluppo del Tibet. Ha aggiunto: ”l’attuale sistema può aver causato una distribuzione sbilanciata, ma stiamo adottando misure per risolvere questo problema”.

Quei pochi tibetani che hanno potuto parlare liberamente, ma in condizione di anonimità, hanno detto di aver paura delle forze di sicurezza. Uno studente liceale ha detto al Nyt che i tibetani non possono competere nel campo del lavoro con emigranti Han con lo stesso livello di studi. ”I tibetani trovano solo lavori di bassa levatura”.

Funzionari cinesi affermano che i tibetani sono il 95 per cento della popolazione regionale di 2,9 milioni, ma rifiutano di fornire dati sull’immigrazione Han. D’altra parte, in città come Lhasa e Shigatse è chiaro che i quartieri Han sono molto più numerosi di quelli tibetani.

Il risentimento contro gli Han esplose durante i disordini del 2008. A Lhasa i tibetani saccheggiarono e bruciarono centinaia di negozi  Han. Secondo il governo 19 Han rimasero uccisi. La rappresaglia governativa fu dura e si estese sull’intero altopiano.

Oggi, ingenti forze di sicurezza sono necessarie per mantenere il controllo di Lhasa. Attorno al Barkhor, il mercato centrale cittadino, agenti paramilitari in assetto antisommossa marciano attorno al sacro tempio di Jokhang affollato di fedeli. Uomini armati sono appostati sui tetti delle case vicine al tempio.

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