Tony Blair, mea culpa sull’Iraq: “Isis è anche colpa nostra”

di redazione Blitz
Pubblicato il 26 Ottobre 2015 13:40 | Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre 2015 13:40
Tony Blair, mea culpa sull'Iraq: "Isis è anche colpa nostra"

Tony Blair

LONDRA – L’ascesa dell’Isis sarebbe una sorta di “danno collaterale” della guerra all’Iraq del 2003, quando la Gran Bretagna si schierò al fianco degli Stati Uniti e di George W. Bush. E’ il mea culpa che Tony Blair ha affidato ad un intervistatore tutt’altro che ostile Fareed Zakaria, su una tv amica, la Cnn americana. L’ex premier britannico ha chiesto scusa, anzi tre volte “sorry”, per aver diffuso informazioni di intelligence errate, sulle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein (mai trovate). Informazioni che diedero a Bush figlio e ai suoi alleati l’alibi per dichiarare guerra all’Iraq. Scusa “per alcuni errori di pianificazione” nel corso del conflitto. E scusa per “i nostri errori di valutazione su cosa sarebbe successo una volta rimosso il regime”.

Ci sono voluti dodici anni, ma alla fine Tony Blair lo ha ammesso: con un giro di parole ha riconosciuto che vi sono “elementi di verità” nell’accusa di un legame diretto fra l’invasione del territorio iracheno e il successivo avvento del sedicente Stato Islamico del califfo al-Baghdadi: radicatosi proprio in Iraq prima di dilagare in Siria sullo sfondo della sanguinosa guerra civile fra le forze governative di Bashar al-Assad e gli oppositori – jihadisti o meno – del regime.  L’ex leader laburista sembra prendersi ora la corresponsabilità, ma con la sensazione che si tratti di scuse ad orologeria, nell’imminenza della pubblicazione del rapporto della commissione d’inchiesta chiamata a giudicare nel Regno Unito il suo operato di 12 anni fa, che restano ancora largamente parziali.

“E’ difficile chiedere scusa” invece, ha subito puntualizzato, per aver chiuso i conti con Saddam. Del resto, anche sul Califfato ha fatto ricorso all’arte della sfumatura: argomentando che non si può dire quale impatto sull’Iraq avrebbe avuto “la Primavera Araba cominciata nel 2011” se la guerra del 2003 non ci fosse stata. E ha sottolineato come “l’Isis di fatto abbia acquistato importanza da una base più siriana che irachena”. Sia come sia, le sue parole un effetto immediato l’hanno ottenuto: conquistare le prime pagine dei giornali in Gran Bretagna. Sebbene le interpretazioni varino fra chi, come il Mail, parla di “scuse sbalorditive” e chi, come la Bbc, sottolinea semmai “l’enfatica difesa” della guerra irachena, quanto meno quale precondizione per la caduta del rais Saddam Hussein. Un portavoce dell’ex primo ministro ha intanto cercato di accreditare l’idea che in effetti Blair abbia “sempre chiesto scusa per l’intelligence sbagliata e per gli errori di pianificazione”. Mentre una detrattrice irriducibile, la leader scozzese Nicola Sturgeon, ha liquidato il duetto con Zakaria come “un’operazione d’immagine“.

Di sicuro c’è che il confessionale della Cnn si materializza in un momento quanto mai opportuno per un uomo che non è più stato capace d’uscire in patria dal cono d’impopolarità proiettato da quella guerra e che oggi deve fare i conti nel suo stesso partito d’appartenenza, il Labour, con le esplicite accuse di “crimini di guerra” rivoltegli dal nuovo leader, il pacifista Jeremy Corbyn. Momento che coincide col previsto annuncio della commissione guidata da sir John Chilcot sui tempi di definizione dell’annosa inchiesta sul conflitto in Iraq, la cui conclusione è stata a quanto pare rinviata in nome della cosiddetta clausola Maxwell: quella che garantisce al reprobo il diritto di presentare una memoria difensiva nel caso d’un imminente giudizio sfavorevole.