Turchia, le elezioni si decidono in Kurdistan?

Pubblicato il 7 Giugno 2011 8:08 | Ultimo aggiornamento: 6 Giugno 2011 17:32

ANKARA – La Turchia, la più grande democrazia del Medio Oriente, si avvicina al voto. Il 12 giugno milioni di turchi saranno chiamati ad eleggere il parlamento che governerà il paese per i prossimi cinque anni. Probabilmente, sarà ancora una volta l’AKP, il partito islamista moderato guidato dal premier Recep Tayyip Erdogan, a vincere la sfida elettorale.

L’apparente stabilità del sistema turco non deve però ingannare. Il paese sta vivendo una fase di profonda transizione, legata ai mutamenti della regione, ma soprattutto alla ridefinizione del panorama politico interno. I risultati delle elezioni nel «Kurdistan turco», regione etnicamente omogenea, attraversata da movimenti nazionalisti, e teatro di una violenta guerriglia negli anni ’80 e ’90, potrebbero rivelarsi determinanti nel nuovo assetto politico.

In questa regione, Erdogan era riuscito ad ottenere importanti consensi nell’elezione del 2002, quella che per la prima volta nella storia ha portato un partito di ispirazione islamica alla guida della laica Turchia.

Erdogan punta di nuovo a riconfermare la sua popolarità presso i curdi. In un meeting elettorale a Diyarbakir – la capitale non ufficiale del Kurdistan turco – ha promesso mari e monti alla regione. Mentre nelle strade vicine la polizia si scontrava con manifestanti armati di bottiglie molotov, Erdogan assicurava, in caso di sua rielezione, la costruzione di una diga, di un campo da calcio, di nuovi ospedali e autostrade.

Nel contempo, invitava i cittadini a non votare il curdo Partito della Pace e della Democrazia, erede del partito autonomista DTP, da poco sciolto dalle autorità giudiziarie per presunte connessioni con movimenti terroristi. «Non hanno nulla a che fare con la religione », ha spiegato, sostenendo poi che gli autonomisti cercano di creare il caos in Kurdistan per restare visibili.

Solo negli ultimi due mesi diversi episodi hanno rivelato l’alta tensione che segna l’avvicinarsi della scadenza elettorale: commissioni elettorali hanno impedito a diversi candidati autonomisti di presentarsi alle elezioni, l’esercito ha ucciso 19 persone in operazioni militari contro il partito armato autonomista. Diverse centinaia di manifestanti curdi sono finiti in prigione.

I voti del Kurdistan sono importanti per le future scelte che la Turchia si appresta a fare. Da tempo l’AKP ha annunciato che dopo le elezioni sarà proposta una bozza di riforma costituzionale che rinforzerà, secondo le intenzioni del partito, i diritti individuali dei cittadini. Chiaramente si tratta di un’occasione unica per i curdi di assicurarsi nuovi diritti, linguistici nella fattispecie, e una maggiore autonomia politica.

In vista di quell’appuntamento, gli autonomisti e i partiti nazionali, si stanno fin d’ora dando battaglia. La minoranza curda potrebbe non credere più alle promesse dell’attuale primo ministro, e dare la sua fiducia ai partiti autonomisti. Dichiarando che «non esiste più un problema curdo», Erdogan si è attirato il sospetto di numerosi curdi e questa volta, predicono gli analisti, non gli sarà facile conquistare i loro voti come nel 2002, quando riuscì a creare un’empatia sulla base della comune opposizione al CHP, il partito dominatore della scena politica del dopo guerra.

«Sono un vostro fratello», ha dichiarato ai curdi nel meeting di Diyarbakir, ricordando il suo arresto, per violazione della costituzione turca, dopo che aveva letto una poesia religiosa. Questa volta, però, i ricordi comuni e le promesse potrebbero non bastare.